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Il 25 dicembre il centro stampa dell’operazione Inherent Resolve ha rilasciato i dati sulle ultime attività settimanali, e non è stato un gran regalo per il presidente Donald Trump. Inherent Resolve, che per l’acronimo tecnico internazionale va sotto la sigla CJTF-OIR, è la missione contro lo Stato islamico lanciata quasi quattro anni fa da Washington, e il fatto che le operazioni continuino è una smentita alle parole con cui una settimana fa Trump dichiarava l’Is sconfitto, la missione conclusa e giunta l’ora del ritiro dalla Siria.

I bombardamenti americani degli ultimi giorni lungo l’asse dell’Eufrate siriano, la zona dove da mesi si sono rintanati i baghdadisti, testimoniano il contrario, e la press release è accompagnata dal commento del vice comandante della CJTF-OIR, il generale a due stelle Christopher Ghika, che dice: “L’Isis rappresenta una vera e propria minaccia per la stabilità a lungo termine in questa regione e la nostra missione rimane la stessa, la sconfitta duratura di Isis” (e in effetti, ieri c’è stato un attentato in Iraq e anche uno in Libia, rivendicati dall’IS).

Il Pentagono segue la sua linea: fin dall’annunciono trumpiano sul ritiro, ma anche da prima, i militari avevano cercato di scoraggiare la Casa Bianca, chiedendogli di lasciare in Siria quel contingente da duemila uomini che insieme ai partner locali ha liberato tutto il nord e il nord-est del paese dell’occupazione del Califfato. Ma sono rimasti inascoltati.

Ieri i reporter americani segnalavano l’ormai ex segretario alla Difesa, James Mattis che s’è dimesso in polemica con il ritiro americano scelto da Trump, nel suo ufficio al terzo piano del Pentagono a lavorare: era il giorno di Natale, ma Mattis ha ricevuto l’ordine da Trump di lasciare il posto entro fine anno, e da bravo soldato sbriga le ultime faccende senza sosta. Mentre quelli che ancora sono i suoi sottoposti diffondono comunicati stampa.

Nel frattempo, sul campo succedono cose anche legate alla mossa trumpiana. Sviluppi arrivano dall’area di Manbij, nel nord siriano, dove le truppe del regime siriano hanno preso posizione dopo un accordo raggiunto con le milizie curde Ypg. I curdi erano i più grossi partner americani nel combattere lo Stato islamico, ma con il ritiro si sentono traditi dagli Stati Uniti, perché temono che la Turchia possa intervenire contro di loro (Ankara ki considera nemici, alleati del Pkk) e occupare quel territorio lungo il confine turco-siriano liberato insieme alle forze speciali che Trump sta riportando a casa dall’infestazione califfale.

I curdi cercano protezione nel sanguinario regime di Bashar el Assad, che una volta ripreso tutto il paese (riqualificato da un’operazione globale russa) forse potrebbe garantire una qualche autonomia a quelle terre, il sognato Rojava, istanza che gli americani non possono più sponsorizzare; e intanto chiedono a Damasco di difenderli dall’assalto turco (Ankara, per interesse, fa parte di un allineamento negoziale dove siede dall’altro lato lato del tavolo di altri due attori esterni ma molto coinvolti sulle faccende siriane: Russia e Iran, a loro volta angeli custodi del regime).

Ieri, sono state segnalate notizie su truppe turche che hanno passato il confine siriano, anche queste dirette a Manbij. Ankara ha già avvisato che l’operazione contro i curdi potrebbe partire in qualsiasi momento, veicolata attraverso i ribelli siriani amici di Ankara, ma il ministero degli Esteri russo ha già messo in chiaro che quei territori dovranno tornare sotto il controllo di Damasco, “legittimo governo siriano” ha detto la portavoce da Mosca.

Una delle foto che sta circolando di più in queste ore, riguarda un carro armato turco di fabbricazione tedesca su un treno cargo diretto in Siria: in Germania i gruppi pacifisti, di sinistra e anti-governativi, la stanno utilizzando per chiedere lo stop degli accordi militari che Berlino ha in piedi con la Turchia, perché quelle armi verranno utilizzate per “uccidere i valorosi curdi e sono il simbolo del tradimento americano”, spiega su Twitter un attivista.

Negli anni del conflitto contro l’IS le istanze dei curdi-siriani sono state anche sostenute dalla sinistra radicale internazionale, che ha visto nelle gesta eroiche delle milizie Ypg che hanno liberato il Rojava dal Califfato il concretizzarsi di una sorta dell’epica utopica del comunismo e del socialismo libertario. In Germania da tempo si chiede la sospensione dei contratti militari con i turchi, ora la dose è rincarata dai fatti che escono dalla Siria e da una decisione simile già presa dal governo tedesco con l’Arabia Saudita collegata alla crisi umanitaria in Yemen e al caso Khashoggi.

Ora la partita è politica, e sopratutto di livello superiore. Se da una parte il governo di Recep Tayyp Erdogan si sente legittimato all’azione col via libero (personale) datogli da Trump, dall’altra la Russia vuole inserirsi in queste dinamiche come tutore degli equilibri e difendere i curdi. Non a casa, con i siriani entreranno a Manbij anche una serie di contractor e militari russi, in tutela che niente succeda con i turchi — poi saranno i fatti a parlare, e a vedere se la Russia saprà costruire un qualche equilibrio.

Il ruolo che Vladimir Putin dà adesso ai suoi uomini è lo stesso che tempo fa gli Stati Uniti diedero ai loro Berretti Verdi, mandati a spasso per quelle zone con le insegne alzate sui blindati proprio mentre i turchi minacciavano una mossa simile più di un anno fa. A quei tempi la situazione fu risolta con una riunione politico-militare di altissimo livello tra Usa, Turchia e Russia.

In quell’occasione erano gli americani a difendere gli interessi curdi, che secondo il rappresentante statunitense alla Coalizione internazionale anti-IS, Brett McGurk, erano i miglior partner che si potessero trovare per combattere il Califfato. La scorsa settimana si è dimesso anche McGurk, in polemica con il ritiro siriano voluto dal presidente Trump, e certi paradigmi sono saltati e tutto è tornato in rapido divenire.

Ciò che non cambia è invece il coinvolgimento israeliano: Tel Aviv osserva attentamente a distanza quel che accade appena oltre il confine con la Siria, e quando serve colpisce. Senza pause, nemmeno natalizie: ieri un paio di strutture intorno a Damasco sono state centrate da raid aerei anonimi, identici a tanti altri visti in passato. Attacchi precisi, con cui gli israeliani colpiscono i passaggi di armi  tramite i quali l’Iran cerca di sfruttare il caos siriano (che con l’assenza americana di certo non diminuirà, ndr) per rinforzare i gruppi amici che odiano lo stato ebraico. Ieri al cento dei puntatori israeliani c’è finito anche un cargo 747 iraniano, che probabilmente trasportava armi da dare ai libanesi di Hezbollah in Siria, ma non è stato centrato.

 

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