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Quel grande innovatore della politica italiana che è stato, nei suoi anni migliori, Silvio Berlusconi capì subito che oggi i sondaggi sono uno strumento di lotta politica, il mezzo attraverso il quale la campagna elettorale diventa quasi permanente. Noi tutti, analisti e commentatori, ne dipendiamo, così come ne dipendono in sommo grado e in primo luogo gli attori politici. È un fatto e contro di esso è inutile imprecare. Né si può pensare che, nell’era (formalmente) iperdemocratica e mediatizzata in cui viviamo, se ne possa fare a meno. In verità, spesso i sondaggi non reggono alla prova delle urne, anche per motivi legati alla estrema volubilità degli elettori della nostra epoca. Ma intanto, prima di arrivare al voto, il loro valore performativo avrà avuto modo di dispiegarsi ampiamente, generando appunto effetti nell’agone politico.

È in questa direzione che dobbiamo interpretare i dati di gradimento che oggi ci presenta Nando Pagnoncelli. Essi, nell’essenziale, ci dicono ancora una volta che la prova del governo fa male al Movimento 5 Stelle ma non alla Lega che, pur avendo perso nell’ultimo mese un bel gruzzolo di consensi, supera brillantemente la prova della “manovra” e si pone in qualche modo, almeno nel gradimento attuale, come il primo partito italiano.

Ciò che però sorprende è il gradimento complessivo del governo, e del premier Conte in particolare, che resta sostanzialmente lo stesso (60%) di quello che aveva sei mesi fa al momento dell’insediamento. La sostanziale tenuta, rispetto al voto delle politiche, del Pd e il dimezzamento di Forza italia ci dicono soprattutto due cose: che un’alternativa centrista e “moderata” è oggi impensabile ed è politicamente irrealistico perseguirla; e che il centrodestra ormai è definitivamente dominato dalla figura di Salvini. Ed è proprio nelle mani di costui che sembrano riposte le chiavi del complicato futuro della politica italiana.

Cosa farà, anche alla luce di questi sondaggi il leader della Lega? Quali conseguenze ne trarrà? È evidente che dall’alleanza con Di Maio egli ha tratto molti vantaggi, ma credo che a più di tanto non può aspirare. Rompere l’alleanza però non sarà facile, nemmeno dopo le europee, anche perché la “narrazione” salviniana si è tutta costruita sul valore della “lealtà” sia politica sia verso gli elettori (una qualità che l’altro Matteo, quello dello “stai sereno”, mostrò di non avere). È probabile che Salvini si inventerà qualche nuova via di azione politica restando fedele all’alleato ma lavorando molto sulla propria identità, già oggi molto diversa rispetto a quella degli alleati.

Come capitalizzerà invece Conte il consenso di cui gode? Saprà o potrà farlo? È vero, come dice Pagnoncelli, che gli italiani si mostrano anche sempre attenti allo standing istituzionale, e non solo a quello ribellistico. Credo tuttavia che se Conte si lascerà inghiottire dal “vecchio potere”, come già altri prima di lui, non avrà molto futuro politico. La sua forza è, e dovrà continuare ad essere, quella di rappresentare il momento istituzionale all’interno di un movimento che comunque si pone in una linea di rottura con il passato. Certo, il cambiamento fino ad oggi è stato per lo più simbolico, ma anche i simboli hanno un valore performativo e contribuisco a cambiare la realtà.

Tra Lega e 5 Stelle, la figura di Conte. Il premier istituzionale che piace agli italiani

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