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Sono sempre loro, i tecnici, a farsi sentire. Nel giorno in cui l’Italia mette la firma sulla lettera di risposta all’Europa in cui conferma la bontà delle proprie previsioni sui conti pubblici, arriva il nuovo altolà di Confindustria. A onor del vero non è la prima volta che gli industriali si scagliano contro la manovra, rea di portare in seno troppa assistenza e poca crescita. Però, un avvertimento diffuso a due giorni dal declassamento di Moody’s e alla vigilia della bocciatura (ufficiale) europea può avere il suo senso. L’Italia non cresce, anzi, quel poco di spunto conquistato nei mesi scorsi si sta esaurendo.

A dirlo, senza troppi giri di parole, il Centro Studi di Confindustria diretto da Andrea Montanino. Per il quale si sono “indebolite le condizioni per la crescita del Paese”. A inizio ottobre Viale dell’Astronomia ha tagliato la stima del Pil a +0,9% nel 2019, in rallentamento dal +1,1% nel 2018. “Questo scenario di debole crescita potrebbe anche rivelarsi ottimista se si materializzassero i rischi presenti all’orizzonte” e si avesse “un’accresciuta sfiducia degli investitori finanziari internazionali, legandosi anche al giudizio negativo delle agenzie di rating”. Tradotto, se lo spread sale, crescere sarà ancora più difficile.

Per Confindustria ci sono pochi dubbi sulla possibilità di portare a casa il prossimo anno la crescita programmata dal governo all’1,5% nel 2019. Si tratta di una previsione in rallentamento del Pil “condivisa da altri centri di ricerca e istituzioni nazionali e internazionali”, scrive Confindustria nel suo bollettino. Nel quale si spiega in particolare come “un’accresciuta sfiducia da parte degli investitori finanziari internazionali, legandosi anche al giudizio negativo delle agenzie di rating, determinerebbe il proseguire dell’aumento dei rendimenti sovrani già in corso, pesando sui conti pubblici italiani e facendo crescere significativamente il costo del credito, riducendone la disponibilità per famiglie e imprese, ciò frenerebbe ancor più i consumi e gli investimenti”.

Dunque, “sembra molto difficile l’espansione programmatica del Pil all’1,5% nel 2019, come risultato della manovra di bilancio delineata dal governo. La manovra è composta per lo più di misure di sostegno al reddito, che potrebbero tradursi solo parzialmente in più consumo; c’è poco di investimenti pubblici e di interventi di stimolo per quelli privati, dei quali ci sarebbe bisogno per colmare il gap accumulato negli anni di crisi. Per raggiungere l’ambizioso obiettivo di crescita dell’1,5%, l’economia italiana, che sta rallentando, dovrebbe improvvisamente invertire la rotta. Accelerando al ritmo dell’eurozona, già da inizio 2019”.

A onor del vero ci sarebbe un altro dato non di poco conto diffuso nei giorni scorsi dal Centro studi. Quello sul costo dello spread. Viale dell’Astronomia ha calcolato che quest’anno si pagheranno 1,9 miliardi di euro in più per gli interessi maggiorati sulle emissioni di titoli. Nel 2019 andrà peggio, il conto salirà a 4,9 miliardi. Se almeno ci fosse un po’ di crescita.

L'Italia non cresce. Anzi, perde colpi. Il report di Confindustria

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