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Non so chi siano gli autori di questo articolo, ma certo mi sembra un po’ esagerato scomodare Alexis de Tocqueville, che amava ragionare sulle idee generali e le tendenze di fondo della storia, per una questione pratica quale l’ubicazione dei palazzi del potere nella Roma del ventunesimo secolo. Tanto più se, come in questo caso, lo si cita a sproposito.

È vero infatti che il grande pensatore francese vedeva l’America come il posto in cui il principio democratico, che è principio di uguaglianza, poteva esplicitare con più facilità la sua forza prorompente. Ma è tuttavia altresì innegabile che il suo rapporto con la democrazia era di stupore ma anche di diffidenza, di amore-odio per intenderci. La democrazia, secondo lui, era un dato di fatto dei tempi moderni, e sempre più lo sarebbe stato nel futuro, e contro di essa sarebbe stato sciocco e puerile, velleitario, inveire, casomai in nome di un Ancien Régime di cui pure, da aristocratico quale era, mostrava di avere nostalgia. A suo dire, accettata la democrazia, per evitare gli inconvenienti e i pericoli ad essa connessi (prima di tutti il conformismo di massa), sarebbe stato sempre più necessario limitarla e controllarne gli effetti con opportuni anticorpi. In sostanza, nulla di più lontano da Tocqueville, che non stimava Rousseau, dell’ideale della democrazia diretta. E oserei dire anche dell’egualitarismo al ribasso che contraddistingue l’ideologia grillina.

Detto questo, fedeli al suo ordine di idee, possiamo provare anche a immaginare un attimo cosa avrebbe pensato della proposta fatta dai due autori, o meglio dell’idea che la ispira. L’avrebbe considerata una demagogica richiesta dettata da un’incomprensione di cosa è la democrazia che lui aveva in mente, cioè la democrazia temperata dal principio liberale. La quale, per sua natura, distingue fra uomo e funzione, consapevole che certi riti e simboli del potere rappresentino la dignità della nazione e delle sue istituzioni piuttosto che l’abito sontuoso indossato da chi vuole ergersi al di sopra dei suoi simili. Certo, qui non si nega che in Italia soprattutto siano ancora presenti ritualità spagnolesche, esse sì da Ancien Régime. La vera sobrietà, tuttavia, è di chi non disdegna certi “privilegi” perché li sa non legati alla sua persona ed è sempre pronto ad abbandonarli quando sarà il momento.

Del tutto campata in aria è poi l’idea, da un punto di vista democratico, che l’ordinamento monarchico e quello repubblicano siano antitetici dal punto di vista delle garanzie di libertà. I regimi di monarchia costituzionale come la Gran Bretagna non hanno nulla da apprendere, per dire, da regimi pur repubblicani come quello, in verità alquanto dissestato, dell’Italia. Il Re da secoli non rappresenta altro che il simbolo dell’unità della nazione. Fare a meno dei simboli, e anche di miti e riti condivisi, anche in regime repubblicano significa avviarsi sulla strada della più penosa disgregazione.

La democrazia in salsa grillina? Nulla di più lontano da Tocqueville

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