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Nella storia (anche e soprattutto giudiziaria) che coinvolge l’avvocato Michael Cohen, reo confesso di aver distratto fondi della campagna elettorale presidenziale per pagare il silenzio di due donne che avrebbero avuto relazioni sessuali con il suo assistito, l’allora candidato repubblicano Donald Trump (ora presidente degli Stati Uniti), entra un protagonista di primo piano: David Pecker, presidente di American Media Inc., il più grande editore statunitense di tabloid (suo il famosissimo National Enquirer, giornale ultra trumpiano, che con Trump ruppe la tradizione di non dare endorsement ai contender.

Pecker, amico di Trump fin dagli anni Novanta, avrebbe trovato un accordo — forse l’immunità in cambio della collaborazione, ha scritto per primo Vanity Fair — con i procuratori del distretto Sud newyorkese che stanno indagando sui pagamenti con cui Cohen avrebbe messo a tacere una donna, l’ex modella di Playboy Karen McDougal, che avrebbe avuto un flirt con Trump, già sposato con l’attuale First Lady Melania. L’avvocato avrebbe fatto in modo di passare dei suoi soldi a Pecker in modo che potesse pagare a McDougal i diritti di autore della vicenda, comprarli e tenerli secretati senza mai pubblicarli – facendo firmare alla donna un accordo di riservatezza. Soldi che poi Cohen avrebbe ripreso dai fondi del comitato elettorale.

Trump ha sempre negato di essere a conoscenza di quanto accaduto, ma Cohen nella sua confessione ha detto di aver fatto tutto per aiutare il candidato suo cliente, con cui ha avuto un rapporto professionale e personale per diversi anni (ora tutto crollato dopo la confessione che Trump considera un tradimento). Coprire la storia extraconiugale ed evitare che diventasse pubblica era stato fatto con “the purpose of influencing the election”, ha detto testualmente Cohen, ossia con lo scopo di influenzare le elezioni, dunque per non screditare Trump, che avrebbe rischiato di passare come un adultero se McDougal avesse raccontato la vicenda ai giornali.

Ma così l’avvocato di Trump in pratica incastra il presidente nel reato federale di aver usato soldi raccolti a fini elettorali per interessi privati e influenzare le elezioni. C’è anche una registrazione ambientale in cui si sentono i due parlare: Trump chiede quanto Cohen avrebbe pagato al National Inquirer di Pecker i diritti per il silenzio di McDougal, Cohen risponde la cifra (150mila dollari), Trump suggerisce “cash”, l’avvocato assicura che se ne sarebbe occupato lui a modo suo — un modo già usato con un’altra donna, la pornostar Stormy Daniels, che avrebbe avuto anche lei una relazione con l’allora candidato e attuale presidente, vicenda anche questa sotto ammissione di colpevolezza di Cohen.

Pecker, secondo quanto noto, avrebbe confermato la versione di Cohen: sia quella del pagamento sul caso McDougal, sia sul fatto che Trump ne fosse a conoscenza.

Il National Enquirer pare avesse una vera e propria cassaforte contenenti segreti di celebrità, diritti su storie illegali o anche solo imbarazzanti, comprati per essere sotterrati – “catch and kill“, come dicono gli americani, prendi(li) e uccidi(li). Un tesoro che dava a Pecker un enorme potere di ricatto, e quindi anche politico. Ma quando la storia di McDougal è iniziata a circolare sui media (febbraio 2016, con un pezzo del Wall Street Journal), Pecker avrebbe ordinato ai suoi uomini di distruggere tutto il materiale su Trump, o nasconderlo in un posto ancora più segreto, per non far trovare prove compromettenti prima dell’Inauguration, dicono fonti all’Associated Press: pare ci fossero anche informazioni su Stormy Daniels.

Possibile che collaborando con gli inquirenti, se il materiale ancora esiste, Pecker mostri i documenti a chi sta portando avanti l’indagine su Cohen (e su di lui e altri amici di Trump).

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