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La piattaforma statistica finanziaria Dealogic (che raccoglie dati dal 1995) dà il numero semestrale delle Ipo – come gli americani chiamano le quotazioni in borsa iniziali – e si scopre che nella storia solo altre tre volte le piazze d’affari statunitensi avevano raccolto un numero maggiore di aziende decise ad avviare la collocazione in borsa.

Sono 120 finora, un risultato simile non si registrava dal 2012 (l’anno del debutto di Facebook), e ciò nonostante la guerra commerciale trumpiana è uno spettro che aleggia e l’incertezza resta la parola chiave del momento. Però ci sono orizzonti economici incoraggianti, frutto di congiunture globali e di una spinta iniziata già qualche anno fa, ma sembra anche che l’azione di governo del presidente Donald Trump – imprevedibile, istintivo, sui generis – a più o meno due anni dall’ingresso in office stia in qualche modo funzionando sul mercato interno (d’altronde è Make America Great Again attraverso l’America First il combinato disposto dei due grandi mantra trumpiani).

Dei 35,2 miliardi di dollari raccolti tra tutte le Initial Public Offerings (Ipo), circa 12,2 sono collegati alla quotazione in borsa di 28 società hi-tech: anche questo è un dato. Se le aziende di alta tecnologia sono il simbolo del globalismo, si pensava, con questa presidenza nazionalista subiranno un colpo: e invece la fiducia nel settore non manca, tanto che quella dozzina di miliardi significa il doppio rispetto al 2017 e quasi il decuplo del 2016 (e nel conteggio c’è Dropbox, quotata a marzo, ma non Spotify, che, entrata in borsa ad aprile, delle Ipo hi-tech è stata la più potente con 26,5 miliardi di capitalizzazione, ma la società di Daniel Ek ha scelto una strada meno tradizionale e dunque è stata esclusa dal punteggio, che avrebbe reso ancora migliore).

Le Ipo tecnologiche, ricorda il Financial Times, stanno generando ritorni medi del 50 per cento (dato Reinassance Capital), su una media generale ben superiore al 20 – ciò significa che non ci si è fermati alla quotazione, ma le aziende quotate stanno andando bene. “Un mercato Ipo che è stato lasciato morto solo due anni fa è tornato a rombare nel 2018” scrive il Wall Street Journal, “con le società che raccolgono capitale a un ritmo raramente visto negli ultimi due decenni”.

Il ritorno delle aziende tecnologiche sulle borse pubbliche è un altro dei dati che esce da queste valutazioni. Negli ultimi anni, le aziende tecnologiche avevano evitato la proprietà pubblica (tramite azioni) muovendo ingenti aumenti di capitali e dando vita ai cosiddetti unicorni, ossia società che hanno raggiunto valutazioni di almeno un miliardo di dollari senza ingresso in borsa. Alcuni, come Airbnb e Uber, hanno raggiunto lo stato di decacorn, ma se il ritmo del primo semestre sarà confermato, toccherà proprio ai due giganti della new economy mettersi in gioco nel 2019, anche se l’aumento delle Ipos può portarsi dietro processi di M&A, come vengono chiamate dagli uomini della finanza le acquisizioni e fusioni di società, con i colossi come Amazon, Facebook, Google e Microsoft che continueranno a essere attivissimi sul campo fino all’undicesima ora prima della scesa su piazza.

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