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Per quanto paradossale possa apparire, Trump deve rispondere oggi a una sfida che, per certi versi, è analoga a quella affrontata da Gorbačëv negli ultimi anni di vita dell’Unione Sovietica. Nella seconda metà degli anni Ottanta, Glasnost, perestroika e trattative per il controllo e la riduzione degli armamenti furono le componenti di un unico progetto che si rivelò troppo ambizioso, irrealistico.

Il leader russo si propose di sburocratizzare, modernizzare e promuovere lo sviluppo economico del suo Paese. Nelle sue intenzioni, la significativa riduzione della spesa militare, frutto degli accordi con gli Stati Uniti (INF, CFE), avrebbe liberato risorse necessarie all’Unione Sovietica per reggere la competizione economica e tecnologica in atto col rivale americano e l’Occidente. La Strategic Defense Initiative (SDI), il progetto delle cosiddette Star Wars lanciato dal presidente Reagan nel 1983, non fu soltanto (o tanto) un programma militare strategico diretto, sulla carta, a proteggere il territorio americano dalla minaccia di un attacco missilistico nucleare sovietico. Piuttosto, il progetto riassumeva, in un unico e visionario programma di ricerca e sviluppo, le tecnologie al tempo più avanzate o emergenti, minacciando di ampliare irrimediabilmente il divario scientifico-tecnologico con l’Unione Sovietica.

Per gli Stati Uniti degli anni della prima presidenza Reagan, tuttavia, il vero sfidante, in termini economici e tecnologici, non era l’Unione Sovietica, gigante militare dai piedi d’argilla in termini economici. Lo sfidante era il Giappone, cresciuto a dismisura dalla fine della Seconda guerra mondiale grazie alla garanzia di sicurezza americana. Tra Star Wars e Stargate, il progetto da 500 miliardi di dollari annunciato da Trump per assicurare la leadership americana nella corsa, in particolare, allo sviluppo dell’IA, c’è più che un’assonanza: il presidente statunitense di oggi, come il segretario del Pcus di ieri, ha necessità di evitare che il suo Paese sia surclassato dal rivale che ha sostituito il Giappone dei primi anni Ottanta.

Se gli Stati Uniti vogliono conservare la leadership nella rivoluzione tecnologica in corso, per Trump è necessario liberare risorse da destinare al confronto con la Cina e, per metter in pratica ciò, deve alleggerire due fardelli che gravano sul suo Paese. La spesa militare americana ha ormai superato i 900 miliardi di dollari annui, superando la somma delle analoghe spese dei seguenti nove Paesi – tra cui Cina, India, UK, Francia, Germania, Giappone – che fanno parte del gruppo dei primi dieci Stati che più investono in difesa. Nei passati decenni, inoltre, il deficit della bilancia commerciale americana è andato progressivamente peggiorando, fino a raggiungere una cifra che oggi è più o meno corrispondente a quella della spesa per la difesa. Poco meno di un terzo di questo disavanzo vale nei confronti della Cina.

Nella cultura di politica estera e di sicurezza americana è cruciale la distinzione tra il livello strategico, declinato in forme diverse – strettamente militare, industriale, tecnologico, commerciale, ecc… – e quello della “grand strategy” nazionale. Quest’ultima ricomprende e organizza le precedenti in un unico grande disegno di politica estera e di sicurezza. Non da oggi, ma almeno dalla prima amministrazione Obama, obiettivo della grand strategy americana è contenere e vincere la sfida cinese nella lotta per la leadership globale. Le diverse strategie particolari servono questo scopo ultimo. In quest’ottica le iniziative sin qui adottate da Trump, incluse le dichiarazioni indubbiamente dirompenti e provocatorie, assumono un senso chiaro: aumentare il contributo degli Europei alla Nato, chiudere la guerra in Ucraina e “disaccoppiare” la Federazione Russa dalla Cina, fare dell’alleato israeliano la “Prussia del Medio Oriente”, arbitro della sicurezza regionale assieme all’Arabia Saudita contro le ambizioni iraniane, mantenere la Cina in condizione d’incertezza circa la volontà e le mosse future di Washington.

Il ridimensionamento dell’impegno militare americano in Europa e nel Mediterraneo allargato consentirebbe di indirizzare le risorse così liberate verso il Pacifico. Il riequilibrio dei flussi commerciali, tramite minaccia di dazi ed embarghi, favorirebbe, per parte sua, una possibile, seppur parziale, reindustrializzazione americana. A tutto questo si aggiungerebbe, infine, il robusto piano di finanziamento sulla ricerca e sviluppo delle tecnologie più avanzate.

Nel biennio 1989-1991 il grande disegno di Gorbacev fallì, l’Unione Sovietica e il suo impero collassarono in maniera tanto inattesa quanto repentina. La ragione prima di quel collasso non fu tuttavia, nonostante quanto più volte sia stato scritto, l’incapacità di tenere il passo con lo sviluppo tecnologico occidentale, accentuata in modo critico dall’iniziativa SDI. Alla metà degli anni Ottanta l’Unione Sovietica era oramai una crisalide vuota. Innumerevoli analisi, a partire da quella classica del Gibbon, hanno collegato crisi e caduta degli imperi a fattori interni, prima ancora che esterni. Certo, ciascuna delle singole strategie americane sopra delineate può produrre nel sistema internazionale – si pensi solo agli alleati – esiti controproducenti, retroagenti, rispetto alla grand strategy statunitense.

La crisi americana si sostanzia, tuttavia, in una serie di indicatori interni, tra cui: collasso del ceto medio; diminuzione delle aspettative di vita e peggioramento delle condizioni di salute fisica e mentale della popolazione; dipendenze e aumento drammatico dei decessi per alcool, droghe vecchie e nuove, suicidi; crisi della famiglia e dei costumi e valori fondanti della cultura tradizionale americana, minata da quella “woke”; effetto dei flussi migratori clandestini sulla stabilità sociale e il sistema di welfare. Queste le condizioni del Paese che affronta il capitalismo di Stato sostenuto dal radicale nazionalismo confuciano del gigante cinese. Trump è conseguenza, non causa, dei problemi dell’America e dell’Occidente.

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