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Domenica 23 luglio il Ceo di Eni, Claudio Descalzi, era a Doha, dove ha tenuto incontri di alto profilo con l’emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani e il ministro degli Esteri Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, due dei personaggi protagonisti della crisi che sta caratterizzando la stabilità del Golfo Persico in questo periodo. Il Qatar è stato posto sotto un isolamento diplomatico da parte di un blocco di Paesi guidati da Arabia Saudita ed Emirati Arabi da inizio giugno. Motivazione ufficiale: Doha finanzia i gruppi terroristici. Realtà ufficiosa dietro allo scacco saudita-emiratino: il Qatar da diversi anni ha assunto una postura autonoma e più assertiva negli affari internazionali rispetto al Consiglio di Cooperazione del Golfo, l’organo internazionale con cui Riad indirizza la politica regionale, e per questo la nuova giovane leadership dei due paesi ha deciso di rompere lo status quo e chiedere, con le cattive maniere, un riallineamento di Doha.

L’INTERESSE DI ENI…

Tra i colloqui avuti da Descalzi c’è stato anche quello strategico con Saad Sherida Alkaabi, il presidente e chief executive di Qatar Petroleum: “Le parti hanno discusso vari aspetti dell’attuale e possibile futura cooperazione tra Qatar ed Eni nel settore dell’LNG e in generale nel settore petrolifero”, dice la nota stampa dell’Eni. Ed è un fatto significativo se nonostante il blocco imposto su Doha il capo della più importante azienda italiana vada nella capitale qatarina a discutere di affari futuri. Il Qatar è il più grande produttore ed esportatore mondiale di gas naturale liquefatto (LNG), grazie a un campo gasifero, il South Pars, che condivide con l’Iran. La necessità di tenere rapporti quanto possibile aperti con Teheran – legati a logiche di interesse – è una delle motivazioni per cui i sauditi hanno stretto la cinghia sul Qatar. Riad vorrebbe che il Consiglio, composto dalle monarchie sunnite del Golfo, lavori in blocco contro la Repubblica islamica sciita: dietro non solo le divisioni settarie intra-islamiche, ma più materiali questioni geopolitiche e di influenza regionale (e internazionale) tornate forti dopo la fine dell’isolamento iraniano conseguente alla firma del deal sul programma nucleare.

… E QUELLO ITALIANO

Il 19 luglio Descalzi era davanti alla Commissione Attività produttive della Camera a spiegare i piani strategici dell’azienda. Su Formiche.net l’audizione è stata raccontata con un titolo esplicativo che diceva “Perché Eni non si gasa per la coalizione anti Qatar“. Il doppio senso sta in un estratto delle parole dette da Descalzi: “Il Qatar è un ulteriore problema geopolitico che non fa bene” spiegava il Ceo di Eni, una “situazione preoccupante che si aggiunge ad altre preoccupazioni” (“Impatta anche sulla Libia” diceva Descalzi). E ancora: il Qatar “è importante perché dà il 20 per cento del gas naturale liquefatto alla Gran Bretagna e una parte anche a noi sul rigassificatore di Rovigo”, dove la maggioranza è detenuta da Doha, come asset strategico per mantenere aperto il collegamento con l’Italia. Si tratta di 4-5 miliardi di metri cubi l’anno e “il fatto che ora sia sotto embargo da parte della maggior parte dei Paesi del Golfo e non, crea sicuramente dei problemi”.

LA LINEA DI ROMA

Nei giorni scorsi il ministro degli Esteri italiani Angelino Alfano ha nuovamente discusso degli sviluppi della situazione nel Golfo con gli omologhi degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia saudita, in occasione delle rispettive visite nella capitale italiana. È anche il segno che questo collegamento che passa da Eni – e interessa altri settori in cui il Qia, il fondo sovrano qatarino, ha investito in Italia – è seguito con estrema attenzione dalla Farnesina. L’ambasciata italiana in Qatar rilancia le parole del ministro: da aprile la sede diplomatica di Doha è guidata da Pasquale Salzano, che dal 2011 è stato distaccato dal ministero degli Esteri presso l’Eni come responsabile dei Rapporti Istituzionali Internazionali, poi capo dell’ufficio Eni negli Usa, nel 2014 Senior Vice President e successivamente nel Comitato di Direzione dell’Eni in veste di Executive Vice President e Direttore degli Affari Istituzionali (c’è stato un occhio dell’azienda sulla nomina?).

I rapporti qatarini con l’Italia sono ottimi. Si ricorderà che a inizio luglio il capo della diplomazia di Doha, bin Abdulrahman Al Thani, scelse proprio un incontro romano per annunciare pubblicamente, in conferenza stampa, che il Qatar non avrebbe rispettato le stringenti richieste avanzate dal blocco isolante – una to-do-list di 13 punti di cui alcuni, come la chiusura dell’emittente Al Jazeera (asset strategico con cui Doha diffonde anche il proprio soft power nel mondo), erano praticamente impossibili da recepire.

LA POSIZIONE ITALIANA

In un commento diffuso da Alfano domenica, il ministro italiano, ricordando che il Qatar ha già firmato un memorandum d’intesa con gli americani per stringere ancora di più sulla lotta al terrorismo, ha auspicato “un dialogo sincero fra i Paesi coinvolti, basato sul rispetto del diritto internazionale, della sovranità e della dignità di ognuno, al fine di allentare le tensioni, affrontare le origini del dissidi e condurre quanto prima a una soluzione duratura e sostenibile”, e chiesto la riapertura della frontiera terrestre tra Doha e Riad. L’Italia fin dall’inizio della crisi ha cercato di porsi in posizione di mediatore: per esempio, il 12 giugno, a una settimana appena dall’imposizione dell’isolamento, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan ha ospitato a Roma (tappa di un tour occidentale che toccava le principali capitali europee e si chiudeva a Washington) il collega qatarino, e dal colloquio uscì subito la volontà di proseguire l’importante cooperazione bilaterale. E questo nonostante le pressioni diplomatiche ricevute dalla Farnesina da parte del blocco isolante (tramite un contatto emiratino cercato con il vice ministro Enzo Amendola, come raccontato da Formiche.net) – differentemente altrove,  alla Casa Bianca, per esempio, si è inizialmente fatto eco alle accuse saudite, salvo mantenere aperta una doppia linea grazie alla diplomazia del dipartimento di Stato e del Pentagono che poi è diventata predominante rispetto alla linea più spregiudicata del presidente.

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