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La Germania è pronta a un ulteriore aumento delle spese per la Difesa. A dichiararlo è stato il segretario generale del Partito socialdemocratico tedesco (Spd), Matthias Miersch, che ha anche dichiarato come “raggiungere il 2% del Pil sarà già abbastanza difficile. Ma nulla è escluso, considerata l’imminente presidenza di Donald Trump”, precisando anche che al momento non si prevede l’invio di truppe tedesche in Ucraina: “Prima dobbiamo arrivare ai negoziati e poi valutare la situazione”. Berlino non è l’unica capitale a fare i conti sulla necessità di rivedere le proprie spese militari in vista dell’arrivo alla Casa bianca del Tycoon, che ha più volte confermato la propria linea dura nei confronti del burden sharing europeo. Linea, per la verità, tenuta già nel corso del suo precedente mandato.

Il 2% del Pil da destinare alla difesa, tra l’altro, è ormai considerata una condizione minima. L’ipotesi di un aumento delle spese militari fino al 3% del Pil entro il 2030 è già sul tavolo, con una tappa intermedia al 2,5% nei prossimi anni. Lo stesso segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha definito il 2% un “minimum standard”, indicando che il rialzo è pressoché inevitabile per evitare un disimpegno statunitense dal continente europeo. Rimane aperta la questione di come finanziare il riarmo del Vecchio continente, se attraverso debito comune con l’emissione di Eurobond, come sostenuto anche dall’Italia, o mediante aumenti di spesa gestiti a livello nazionale. Su quest’ultima ipotesi è tornato il ministro della Difesa, Guido Crosetto, che segnala la necessità di ridiscutere i parametri europei, appartenenti a un’epoca diversa e ormai finita, per escludere le spese militari dai vincoli sul deficit. Secondo il ministro, senza questo allentamento delle politiche di austerità finanziaria, gli Stati rischiano di dover fare tagli drastici a settori come sanità, previdenza sociale e istruzione. Simili tagli, benché inevitabili senza una revisione delle regole europee, potrebbero pregiudicare sensibilmente sia la tenuta sociale del Paese sia l’effettivo raggiungimento degli obiettivi prefissati.

Sui numeri non vi è ancora certezza, lo stesso Rutte non si sbilancia e attende di fare da mediatore tra le richieste della nuova amministrazione Usa e gli Alleati europei. Tuttavia il rialzo è pressoché certo, pena una riduzione dell’impegno statunitense nel Vecchio continente, che lascerebbe l’Europa virtualmente indifesa nei confronti di un attacco da parte della Russia. Questo scenario è particolarmente temuto dagli Stati orientali, che rischierebbero di trovarsi da soli, e da Bruxelles, che teme per l’esistenza stessa dell’Unione. Sembra dunque che gli europei, già alle prese con le conseguenze della pandemia e la crisi energetica, non potranno esimersi ulteriormente da un rialzo sensibile delle spese militari. Il punto è: in che modo.

Spese militari europee. Anche Berlino punta al 3% per la Difesa

La Germania è pronta a un aumento del budget per la difesa, spinta anche dall’imminente ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Secondo Matthias Miersch (Spd), raggiungere il 2% del Pil rappresenta già una sfida, ma non si esclude un incremento ulteriore, fino al 3% entro il 2030. In ambito europeo resta aperto il dibattito su come finanziare il riarmo, tra Eurobond o aumenti nazionali

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