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Premesso che l’Italia non è un Paese normale, occorre dire che tra i suoi tanti talenti, la vocazione al paradosso è tra le più riuscite. Da Tangentopoli ai giorni nostri, la politica ha lasciato che siano i giudici a decidere le regole della democrazia. Poi, cedendo alla volontà della folla, i parlamentari della Repubblica hanno votato una legge come la
Severino, ponendo di fatto i loro “cojones” su di un ceppo e consegnando pura la mannaia al magistrato di turno, magari proprio quello in cerca dei classici 15 minuti di popolarità e di una qualche comparsata su La7.

E ancora, sempre loro, i politici, si guardano bene dal prendere una qualsivolgia decisione. Non parliamo poi di quando si tratta di governare il Paese. Se uno più dotato di carattere e voglia di fare ci prova, scatta la polemica
della deriva autoritaria e l’accusa di essere arrogante e prepotente. Meglio tagliargli la testa, non importa se per farlo, occorre bocciare riforme istituzionali realiizzate durante il suo governo, quelle precedentemente ciacolate per decenni e che oggi, stando ai benaltristi di turno dovrebbero essere realizzate in un paio di settimane, condivise amorevolmente da tutti, maggioranza ed opposizioni. Certo, come no. Aspetta e spera che già l’ora si allontana, all’infinito.

Poi, una mattina d’inverno, su di un giornalone nazionale leggi che ad 8 – dicesi otto – italiani su dieci piace il leader solo al comando, l’uomo forte e risoluto che li possa guidare. Ed allora provi un piccolo brivido nel
ricordarti quando, anni fa, qualcuno ti diceva che non è il decisionismo della politica e dei governi che porta all’avvento di regimi autoritari, ma è esattamente il contrario. Erano però altri tempi, roba da prima Repubblica. Ma a noi – Italiani! – piace sempre essere fottuti.

Siam fatti così, prendere o lasciare.

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