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Martedì 17 gennaio, durante l’audizione alle Commissioni riunite Esteri di Camera e Senato, il ministro degli Esteri Angelino Alfano ha fatto il punto sui primi 30 giorni del suo mandato, e ha parlato di Libia. Il capo della diplomazia di Roma ha ricordato come “noi siamo stati i primi a chiedere un ruolo per Haftar” e ha annunciato che l’Italia ha in progetto di fornirgli aiuti medico-umanitari. Il riferimento è al generale Khalifa Haftar, l’uomo che controlla militarmente la Cirenaica, l’Est libico, e che si oppone da sempre al programma di pacificazione deciso dalle Nazioni Unite; quello che nella primavera scorsa ha messo a Tripoli Fayez Serraj, il premier designato che ancora non è riuscito a raggiungere piena legittimazione proprio per la mancanza dell’avallo politico dell’ultimo parlamento eletto, tenuto sotto scacco a Tobruk proprio dal generalissimo e dalle sue controparti politiche.

LA LINEA DELL’ITALIA

La linea inclusiva non è nuova: conferma le dichiarazioni di Alfano a “In Mezz’ora” di Rai3 (“dobbiamo agire interloquendo anche con l’est”); conferma posizioni già espresse in passato dal suo predecessore Paolo Gentiloni, ora presidente del Consiglio, che aveva parlato della necessità di includere Haftar nel processo di pacificazione; conferma, se si vuole, indiscrezioni uscite a proposito di contatti tra le intelligence italiane e Haftar (evocate dallo stesso generale durante un’intervista al Corriere della Sera), o quelle ancora meno certe sulla presenza di elementi di una manciata di uomini dei reparti speciali militari schierati nella base haftariana di Bengasi in coordinamento con i servizi e con altri pari-ruolo occidentali. Anche se coccia un po’ con la spinta politica che sia apertamente sia in modo più discreto l’Italia ha cercato di dare per rafforzare il processo onusiano: per esempio, Gentiloni fu il primo ministro di un Paese europeo a far visita alla base di Abusetta, il luogo da dove Serraj svolge (anche dalle intemperie interne delle fazioni armate che gli si oppongono in Tripolitania) il suo ruolo; o ancora, la visita di un paio di settimane fa del ministro degli Interni italiani Marco Minniti per chiudere con Serraj, nonostante ancora sia senza i pieni poteri, un accordo per il controllo dei migranti.

LA RISPOSTA MINACCIOSA DI HAFTAR

A stretto giro dopo le dichiarazioni di Alfano, dall’Est libico si è alzato un avviso che suona più come una minaccia. Khalifa Al-Obaidi, capo dell’ufficio stampa del comando militare di Haftar, ha detto ad Afrigatennews (un sito web finanziato dagli Emirati Arabi che fa da media-outlet del generalissimo cirenaico) che lo pseudo-governo di cui è portavoce rifiuterà gli aiuti umanitari – medici – italiani a meno che Roma non blocchi “l’occupazione”, come la chiamano loro, in Libia. Il riferimento va all’annuncio fatto proprio da Alfano sulla possibilità di fornire un supporto medico alle operazioni militari con cui Haftar sta combattendo alcuni gruppi islamisti (tra cui fazioni dell’Isis) a Bengasi. Sulla questione c’era stata una polemica che aveva seguito proprio l’intervista al CorSera del generalissimo, il quale si era lamentato della mancanza di questi aiuti nonostante i suoi miliziani stessero combattendo il terrorismo (con accezione ampia, perché Haftar considera terroristi tutti i suoi nemici, compresi i sostenitori politici di Serraj a Tripoli). Alla polemica Alfano aveva risposto che c’erano state problematiche tecniche, ma che l’Italia avrebbe aiutato anche loro. “Anche” ha un valore: le dichiarazioni del portavoce di Haftar evocano pessimi scenari storici (non sono le uniche: il consiglio presidenziale di Serraj ha permesso “ai nipoti di Mussolini di tornare in Libia” ha dichiarato la scorsa settimana Abdullah Al-Thanni, che guida il governo militare di Haftar). E si riferiscono al supporto medico/militare che Roma sta fornendo e ha fornito ai miliziani misuratini, nemici di Haftar e punto forte di Serraj, mentre liberavano Sirte dallo Stato islamico, e contemporaneamente parla della riapertura dell’ambasciata italiana a Tripoli (la prima occidentale) avvenuta una settimana fa – decisione che rientra nell’elenco di supporto e fiducia verso Serraj.

LA RUSSIA DI MEZZO

Haftar prende posizioni forti contro l’Italia anche perché è sicuro del supporto esterno fornito, ormai palesemente, dalla Russia: la scorsa settimana infatti Haftar è salito sulla portaerei russa “Admiral Kuznetsov” dove ha firmato accordi sul controterrismo e soprattuto ha ricevuto un’ingente quantità di farmaci da utilizzare per militari e civili (dell’Est). L’attenzione russa nei confronti del “feldmaresciallo”, come lo ha definito il ministero della Difesa russo – c’è stata una conversazione satellitare tra il ministro russo e Haftar a bordo della portaerei e secondo il Times di Londra avrebbero anche parlato del sollevamento dell’embargo sulle armi –, è aumentata negli ultimi mesi fino a diventare un appoggio esplicito in queste settimane, approfittando di un disimpegno dell’attuale amministrazione americana (e forse contando su un allineamento della ventura). Appoggio di cui Haftar si fa forte, controllando anche vari terminal petroliferi, e lanciando minacce trasversali a Tripoli, fino ad alludere a possibili attacchi per prenderne il controllo; attacchi contro Serraj, implicito. “Non possiamo lamentarci” dell’attenzione russa verso Haftar, aveva detto a Rai3 Alfano, pensando agli aiuti offerti come vettore per giocare maggiore influenza: gli aiuti umanitari, secondo una dichiarazione del ministro italiano fatta domenica a margine della conferenza di Parigi per la pace israelo-palestinese, sarebbero stata “l’unica risposta possibile alle azioni della Russia in Libia è assumere un ruolo di leadership ancora più forte” per l’Italia. Ma Haftar li ha rifiutati.

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