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E infine anche Bruxelles ha avuto il coraggio di uscire allo scoperto. Mentre negli Stati Uniti il gruppo automobilistico tedesco Volkswagen rischia sanzioni miliardarie per aver impiantato un software capace di ridurre le emissioni dei modelli diesel in fase di test, nessun provvedimento simile sembrava pendere sul capo della casa di Wolfsburg in Europa e tanto meno in Germania. Proprio il paese che spesso si mostra irremovibile, ligio fin quasi al paradosso alle regole, anche se queste finiscono per rivelarsi un boomerang (come – in parte – si è rivelato per esempio il fiscal compact) ha fino ad ora evitato di chiedere conto alla Volkswagen delle infrazioni compiute – sempre per via del software incriminato negli Usa – in Europa e in Germania.

Una settimana fa, dunque, la Commissione ha aperto un fascicolo contro la Germania (così come, e per gli stessi motivi, contro Repubblica Ceca, Lituania, Grecia, Lussemburgo, Spagna e Gran Bretagna), per aver infranto la normativa dell’Ue riguardo alle emissioni delle automobili. Tornando nello specifico sulla Germania, c’è innanzitutto il sospetto, scriveva la Süddeutsche Zeitung ­“che le autorità tedesche preposte non abbiano vigilato a sufficienza”. E poi non è comprensibile come mai “non vi siano state sanzioni da parte del governo di Berlino”.

La Commissione accusa gli organi di sorveglianza tedeschi di non aver (volutamente?) registrato, che VW si avvaleva durante i test di un sistema di riduzione delle emissioni, vietato nell’Unione Europea dal 2007. I vertici aziendali si difendono, sostenendo che questo sistema impiantato nei suoi motori diesel modello EA189 non fosse illegale nell’Ue. Nell’occhio del ciclone è finito anche il cristiano sociale Alexander Dobrindt, ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture, che in Europa si è guadagnato una considerevole notorietà, per il suo proposito di far pagare agli stranieri il pedaggio autostradale ed esentare invece i cittadini tedeschi. Per quel che riguarda le infrazioni VW contro la normativa europea, Dobrindt ha replicato che questa risulta essere piuttosto lacunosa, come ha già fatto ripetutamente notare, chiedendone una revisione.

Alla domanda, come mai l’Ue abbia impiegato tanto a muoversi contro Volkswagen, c’è chi rimanda allo strapotere potere delle lobby. Una lobby potentissima a Berlino e altrettanto potente a Bruxelles. Un argomento sul quale i tedeschi tornano ciclicamente, sottolineando quanto siano le lobby a dettare di fatto legge su provvedimenti e sviluppi nei vari settori produttivi. In un articolo pubblicato l’anno scorso dal sito tedesco lobbycontrol si leggeva – accompagnato da tabelle elaborate da – che i lobbysti più potenti a Berlino sono quelli del settore automobilistico. Un primato che i lobbisti tedeschi difendono anche a Bruxelles. “Sono anni che VW, BMW e Daimler cercano di impedire normative più severe per la tutela dell’ambiente, dunque anche relative alle emissioni CO2 e ai test in proposito”.

Nel 2014 il settore automobilistico ha speso per lobbying a Bruxelles oltre 18 milioni di euro. E tra quelli che hanno speso di più occupano i primi tre posti: VW, BMW e Daimler. “VW, numero uno indiscusso, ha speso nel 2014 per lobbying a Bruxelles 3,5 milioni di euro, cioè quasi cinque volte più – 700mila euro – di quel che ha speso Fiat Chrysler, il più grande gruppo non tedesco” afferma lobbycontrol.

Ed è questo “potere” che avrebbe fino a poco tempo fa trattenuto Bruxelles dal prendere provvedimenti riguardo al caso VW. Ora però che l’iniziativa è stata presa, Bruxelles vuole andare a fondo della questione, chiedendo conto soprattutto agli organi di vigilanza tedeschi e britannici, se a suo tempo hanno fornito alla Commissione tutto il materiale di verifica e controllo, in loro possesso. Tra un paio di mesi, la Commissione dovrebbe pronunciarsi sui provvedimenti decisi.

Se anche dal fronte Ue la VW rischia di ritrovarsi sul collo ammende e risarcimenti, quello che fa veramente paura ai vertici di Wolfsburg – si legge sul sito del mensile manager magazin – è il cambio di guardia alla Casa Bianca. “Il futuro di due delle più importanti imprese tedesche dipende ora dalla benevolenza del futuro Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Volkswagen e Deutsche Bank da mesi tremano all’idea che Trump possa volere ammende molto più onerose del previsto, ammende che rischierebbero di togliere loro la libertà di movimento”.

Soprattutto per Volkswagen il risveglio post elezioni Usa è stato traumatico. In ottobre un accordo sembrava raggiunto negli Stati Uniti. Secondo quanto aveva scritto il tabloid Bild, un tribunale americano aveva dato il benestare a un’ammenda di 14 miliardi di euro come risarcimento per la manipolazione e la chiusura definitiva del fascicolo. Un accordo che, per essere valido, necessità però del benestare del ministero della Giustizia. E questo benestare, vista l’imminenza dell’insediamento ufficiale di Trump, arriverà sotto la nuova amministrazione a. Ma arriverà veramente, si chiedono a Wolfsburg, non è che Trump lo giudicherà un accordo troppo benevolo?

 

Volkswagen

Tutte le sbandate di Volkswagen

E infine anche Bruxelles ha avuto il coraggio di uscire allo scoperto. Mentre negli Stati Uniti il gruppo automobilistico tedesco Volkswagen rischia sanzioni miliardarie per aver impiantato un software capace di ridurre le emissioni dei modelli diesel in fase di test, nessun provvedimento simile sembrava pendere sul capo della casa di Wolfsburg in Europa e tanto meno in Germania. Proprio…

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