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E’ bastata un’indiscrezione rilanciata da Dagospia per dare un po’ di brio alle assonnate cronache politiche agostane, perse tra le polemiche sui profughi tra i radical chic di Capalbio e l’estenuante dibattito nel Pd su referendum costituzionale. E’ bastato che il giornale online di Roberto D’Agostino diffondesse la notizia di Beppe Grillo spaparanzato per Ferragosto su un panfilo di 42 metri ormeggiato davanti a Porto Cervo, per innescare l’ennesima l’invettiva contro il comico che fa la vita del milionario ma predica il francescanesimo col suo Movimento 5 Stelle. Tutto grazie all’invito fatto da Enrico De Marco, imprenditore patron della Coronet, all’amico Beppe, ospitato sul yacht insieme con la moglie Parvin e a una cinquantina di altri ospiti tra cui il renzianissimo sindaco di Bergamo Giorgio Gori, il braccio destro di Marina Berlusconi nonché ad di Mondadori Ernesto Mauri (che è pure “amico di Berlusconi” come ci tiene a ricordare Repubblica) e il patron di Confapri Arturo Artom, già vicino di Gianroberto Casaleggio.

L’EPOPEA DEL RE DELLA SIMIL-PELLE

Settantacinque anni da Trezzano sul Naviglio, Enrico De Marco ha fondato nel 1967 la Coronet. Così lo descriveva qualche anno fa il Sole24Ore: “C’era una volta un giovanotto esuberante che nei favolosi anni del boom economico fondò un’azienda che crebbe tanto da far diventare quel giovanotto ormai cresciuto il sesto contribuente italiano. Ma un giorno si stufò di lavorare così tanto e la vendette. Dopo qualche tempo, l’azienda cominciò ad andare sempre più male male. E l’ex giovanotto, affranto nel vedere il suo regno andare a picco, se la ricomprò”. In effetti, la storia di questo capitano d’industria italiana è piuttosto singolare. Dal piccolo laboratorio di 300 mq nell’hinterland milanese, dove ha iniziato a produrre le prime pelli sintetiche per calzature, al boom da 120 miliardi di vecchie lire di fatturato della sua azienda, venduta al 99% nel 2002 a Jody Vender tramite la finanziaria Sopaf per quasi 80 milioni di euro. Poi il crollo di fatturato con l’anticipo della crisi internazionale, mitigato solo da quella lungimiranza di De Marco che aveva iniziato per tempo a delocalizzare la produzione nella provincia cinese del Guandong. Nel 2008 il re della simil-pelle si riprende la sua creatura ormai prossima alla liquidazione, chiude due stabilimenti in Italia, dimezza le perdite e dal 2011 torna ad andare a gonfie vele.

LA STRATEGIA DEL RILANCIO

Sono quattro gli asset lungo i quali De Marco ha deciso di intervenire per invertire la tendenza negativa che aveva colpito la sua azienda. Al primo posto la riorganizzazione degli stabilimenti italiani, dimezzati dai 4 che erano a 2 con le chiusure di Corsico e del secondo di Velletri. Quindi l’intuizione di andare a produrre in Cina, così da tenere il fiato sul collo ai nuovi competitor che lo avevano portato vicino al collasso. Collegata alla scelta di delocalizzare parte della produzione per salvare l’azienda, c’è anche quella di diversificare il core business: non più solo pelli sintetiche per calzature, ma anche prodotti per abbigliamento moda e abbigliamento tecnico e sportivo. Tutto in finta pelle. Infine, la ricerca e lo sviluppo curati dallo stabilimento di Velletri. “È da qui che i conti cominciano a risalire e a far girare la macchina della Coronet per il verso giusto: dai 4 milioni e mezzo di euro persi nel 2009 al sostanziale pareggio del 2010 fino alla previsione di utile per il 2011” scriveva nel 2011 il quotidiano della Confindustria.

DALLA CINA AL VIETNAM

Oggi Coronet Spa, guidata dal presidente Umberto De Marco (figlio di Enrico) ha la sede organizzativa e direttiva a Milano e 4 unità produttive. Due di queste sono in Italia, a Cisterna di Latina (che sforna gran parte del semilavorato principale della pelle sintetica prodotto in Cina) e a Velletri, cuore della ricerca e sviluppo. C’è poi lo stabilimento di Huizhou, in Guandong, e l’ultimo aperto a Ben Tre, in Vietnam, per un totale di oltre 300 dipendenti.
E proprio l’investimento nel Paese del sud-est asiatico è stata l’ultima novità in casa De Marco, dove si annoverano clienti come Louis Vuitton, Tod’s, Moncler e Armani. Con un investimento da 20 milioni di dollari annunciato diversi anni prima, nel 2015 De Marco ha inaugurato lo stabilimento da 15mila metri quadrati a 100 chilometri dalla capitale vietnamita Ho Chi Min, in un’area che gode di un’esenzione fiscale per dieci anni. Come annunciato dalla stessa Coronet, a fine 2016 è previsto un ulteriore ampliamento di questa unità produttiva. Perché il Vietnam? Perché è tra i primi cinque produttori di calzature, con un export quantificato in oltre 7,2 miliardi di dollari nel 2013. E perché come in Cina, la strategia di De Marco è stata quella di andare a stanare i propri competitor in casa loro, cercando così di aprirsi nuovi mercati per salvare il cuore dell’azienda rimasto in Italia. “Ma l’internazionalizzazione non ha cambiato la matrice italiana di Coronet – scriveva nel 2015 Panorama -. Oltre alla ricerca che è sempre svolta nello stabilimento di Velletri (Roma), anche il 90% del semilavorato principale della pelle sintetica prodotta in Cina e Vietnam continua ad essere realizzato da Coronet Italia, un modo per mantenere costante la qualità del prodotto finito e inalterato l’appeal del made in Italy ma a costi più contenuti”.

Enrico De Marco, tutte le avventure asiatiche del re della simil-pelle amico di Beppe Grillo

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