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L’ex governatore del New Mexico Gary Johnson è ufficialmente il candidato del Partito libertario per le elezioni presidenziali dell’8 Novembre negli Stati Uniti. Johnson è stato nominato nel corso della convention del partito a Orlando, in Florida. A fare ticket con lui è Bill Weld, ex governatore del Massachusetts, candidato vice.

Secondo alcuni sondaggi, il candidato libertario raccoglierebbe il 10 per cento dei consensi, un risultato eccezionale rispetto al passato e determinato in gran parte dall’impopolarità di Hillary Clinton e Donald Trump. Si prevede che il ticket Johnson-Weld spenda in campagna elettorale circa un dollaro ogni 500 spesi da ciascuno dei candidati dei due maggiori partiti.

In lizza per la nomination, c’erano pure Austin Petersen, imprenditore e attivista, e John McAfee, esperto di cyber-sicurezza. A un certo punto, pareva potesse scendere in campo pure Jesse Ventura, ex lottatore, ex governatore del Minnesota, ex commentatore politico, personaggio tanto estroso quanto improbabile: di lui, s’è però persa traccia.

Sulle schede elettorali per la presidenza degli Stati Uniti, nell’Election Day, tradizionalmente non ci sono solo i nomi dei candidati democratico e repubblicano: ci sono, non in tutti gli Stati, candidati di altri partiti minori. La presenza del candidato del Partito libertario è da tempo una costante.

Annunciando a gennaio la candidatura, Johnson, 63 anni, due volte governatore del New Mexico, che si definisce “un liberale classico”, aveva affermato di volere essere “la voce della ragione” tra democratici e repubblicani. Dopo la nomination, ha detto: “Sono un conservatore dal punto di vista del bilancio e sono un liberal dal punto di vista sociale […] La farei finita con gli interventi militari che ci rendono meno sicuri nel Mondo”.

Nel 2012, il nome di Johnson era sulle schede in 48 dei 50 Stati e raccolse 1.275.971 suffragi, poco al di sotto dell’1 per cento, lo 0,99 per cento. Il Partito libertario non aveva mai fatto meglio come voti ottenuti e solo nel 1980 fece meglio in percentuale (Ed Clark ebbe l’1,1 per cento). Ed era dal 2000 che un candidato terzo rispetto ai due maggiori non otteneva tanti suffragi: allora, c’era Ralph Nader e i suoi Verdi, la cui presenza fu letale per il candidato democratico Al Gore.

La nomination di Johnson era attesa: dal 2012, ha mantenuto attiva la sua organizzazione “Our America Initiative”, che chiede fra l’altro che nei dibattiti fra i candidati alla presidenza vi sia maggiore accesso per candidati altri. Attualmente, per essere presente in quei dibattiti, che si svolgono in genere tra settembre e ottobre, un candidato deve avere il 15 per cento delle intenzioni di voto nei sondaggi.

Johnson ha radici repubblicane, che lui non rinnega. Negli Anni Novanta, ottenne, come repubblicano, due mandati da governatore del New Mexico, uno Stato tendenzialmente democratico, divenendo “il governatore Veto”, perché pose il veto su 750 leggi Statali, e battendosi con decenni di anticipo per la legalizzazione della marijuana (Johnson è stato anche presidente e amministratore delegato della Cannabis Sativa, che tratta prodotti derivati dalla marijuana).

Il suo percorso politico è in qualche misura inverso a quello di Ron Paul, senatore del Texas, che fu candidato libertario nel 1998 e nel 2008 prima di cercare di ottenere la nomination repubblicana – quest’anno, ci ha provato il figlio Rand, senatore del Kentucky – . Johnson, nel 2012, aveva inizialmente tentato di inserirsi nella corsa alla nomination repubblicana, senza successo.

Nel presentare a gennaio in interviste e in un video la sua candidatura, Johnson aveva polemizzato con Donald Trump, che fa presa sullo stesso elettorato cui lui si richiama, e ridicolizzato l’idea di un altro Clinton o Bush alla Casa Bianca.

(post tratto dal blog di Giampiero Gramaglia)

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