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Si, d’accordo, l’inchiesta giudiziaria è datata. Ma appare di curiosa tempestività l’avviso di garanzia al sindaco pentastellato di Parma Federico Pizzarotti per due nomine fuori concorso al locale teatro regio. Una curiosa tempestività, o coincidenza, se non si vuole parlare addirittura di orologeria, perché Pizzarotti era appena tornato a distinguersi nel suo movimento per criticare gli amici o compagni –non so come si chiamino fra di loro- che reclamano le dimissioni di chiunque risulti sottoposto a indagini, senza attenderne gli sviluppi o, quanto meno, l’eventuale rinvio a giudizio, come il buon senso, e non solo un minimo di garantismo, vorrebbe. Una distinzione che deve avere contribuito alla sospensione dal Movimento all’indomani della notizia sull’avviso di garanzia da lui ricevuto.

In particolare, Pizzarotti aveva ammonito i colleghi grillini superallineati alle Procure a non dimenticare che per amministrare, e poi governare, bisogna scendere dall’albero dell’opposizione fanatica e pregiudiziale, e decidersi a “sporcarsi le mani”, cioè a rischiare gli incidenti di percorso che possono capitare a chi gestisce il potere, a qualsiasi livello. Incidenti in testa ai quali una volta Pier Luigi Bersani mise l’accusa di abuso d’ufficio ad un sindaco, paragonandola ad una multa per un camionista. O, aggiungerei, a una querela per diffamazione per un giornalista. E l’abuso d’ufficio è proprio il reato contestato a Pizzarotti, a un suo assessore e ad altri.

L’arrivo del sindaco di Parma fra gli “avvisati” dalla Procura del posto ha scatenato la solita gazzarra fra i grillini. Che si sono divisi – come era appena accaduto per la vicenda del sindaco pentastellato di Livorno Filippo Nogarin, indagato però per concorso in bancarotta fraudolenta nella gestione dei rifiuti – fra gli smaniosi delle dimissioni, convinti di guadagnare così voti nelle elezioni amministrative del 5 giugno, o di perderne di meno, e i prudenti. Come la candidata al Campidoglio Virginia Raggi, contraria a usare gli avvisi di garanzia come “manganelli, e un insolito Grillo. Che sembrava tornato, prima di disporre la sospensione di Pizzarotti, a qualche vecchio e vivacissimo dubbio, nel suo stile, sulla magistratura.

So bene che in Italia si vota praticamente ogni anno, a volte anche di più, ma mi chiedo se sia proprio irragionevole, o addirittura provocatorio, attendersi dalle Procure una moratoria durante una campagna elettorale di certe dimensioni, com’è quella in corso per un test amministrativo cui è stata data da tutti una valenza politica che non può essere passata inosservata solo ai magistrati. In fondo, ci sono anche esecuzioni giudiziarie, come quelle degli sfratti, che vengono sospese in coincidenza con certe scadenze.

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Sorprendentemente ragionevole con il sindaco di Livorno, esortato a resistere agli inquirenti, e ai colleghi di partito contrari alla resistenza, con la minuscola, Beppe Grillo ha ceduto alla prima occasione che gli è capitata per tornare ai suoi abituali spettacoli sopra le righe.

Libero ora dal timore di una certa severità che il compianto Gianroberto Casaleggio esprimeva con quel viso sempre serio e ispirato, Grillo ha superato i decibel dei vaffa… nelle piazze per abbandonarsi sull’ospitalissimo Fatto Quotidiano ad una polemica, a dir poco ancora più greve – forse ispirato dai più recenti comizi napoletani del sindaco Luigi de Magistris – con la ministra Maria Elena Boschi. Che si era avventurata, redarguita anche nel Pd da Gianni Cuperlo, ad equiparare agli affiliati di Casa Pound tutti quelli schieratisi, come i grillini, sul fronte referendario del no alla riforma costituzionale.

Il comico genovese, fedele alla sua professione, si è immaginato e descritto in prima pagina sul giornale di Marco Travaglio seduto sulla tazza del suo bagno: “L’unico momento – ha scritto – in cui riesco a leggere e a concentrarmi sulle cose più nobili, senza intrusioni esterne”. Pensate un po’ da chi si sentono “garantiti”  parlamentari, militanti e quant’altri delle 5 Stelle.

In quel posto di altissima concentrazione Grillo “ha spremuto le meningi”, per fortuna solo quelle, “sulla logica della Boschi”. Ma ad un certo punto, fulminato dalla storia, si è chiesto se anche Hitler usasse sedersi sulla tazza del bagno per fare i suoi bisogni. E, inorridito all’idea di potergli assomigliare, un po’ come la Boschi aveva fatto appunto assimilando Casa Pound e tutti gli altri no alla sua riforma costituzionale, ha dato in escandescenze. Sino ad allarmare la moglie, corsa a chiedergli dietro la porta se avesse problemi. E lui a rassicurarla: a torto, perché uno che si immagina e si presenta così su un giornale per polemizzare con l’avversario o il critico di turno, qualche problema deve francamente averlo.

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Bagno per bagno, anche il buon Giuliano Ferrara si è fatto prendere la mano dalle insegne che li indicano nei locali pubblici per esprimere un timore suggeritogli da certe cronache americane che potrebbero prima o dopo essere emulate in Italia, specie dopo l’approvazione definitiva della legge che disciplina le cosiddette unioni civili.

Il timore di Giuliano è che prima o poi scompaiano le distinzioni fra i bagni riservati ai maschietti e quelli riservati alle femminucce, da lui indicati impietosamente con i caratteri genitali, pur di onorare la parità, ma anche la confusione, di genere. Segno – ha scritto, desolato – che “l’incertezza è andata molto avanti” in questo strano mondo che sembrava destinato ad uscire migliore dalla caduta del muro di Berlino.

Immagino le scintille che potrebbero produrre Ferrara e Grillo con un bel confronto fra di loro su qualche palcoscenico.

Virginia Raggi

Federico Pizzarotti, Virginia Raggi, i manganelli e le tazze hitleriane di Beppe Grillo

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