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Un referendum che rimette in moto il centrosinistra e apre una crepa nel racconto granitico della maggioranza. L’alta affluenza, il protagonismo dei giovani e un esito che pesa più sul piano politico che su quello formale diventano, per il Partito democratico, il punto di ripartenza per costruire l’alternativa a Giorgia Meloni. A questo si aggiunge una congiuntura internazionale che – agli occhi dell’opposizione – mette l’esecutivo nella condizione di scoprirsi sulle “tante ambiguità”. Ma tra programma, alleanze e resa dei conti sulla legge di bilancio, la sfida per il campo progressista è appena cominciata. Ne parla a Formiche.net Stefano Graziano, deputato Pd.

Graziano, il referendum ha segnato davvero una svolta?

Direi di sì. Dopo il referendum si è aperta una novità politica evidente: grande affluenza alle urne, una partecipazione significativa dei giovani e un segnale chiaro che arriva anche dal voto. Questi tre elementi insieme rappresentano una rampa di lancio per la coalizione di centrosinistra. Si può ripartire con fiducia per costruire un’alternativa a un governo che si è dimostrato fallimentare.

Da dove si riparte concretamente?

Il compito del centrosinistra ora è duplice: definire il perimetro della coalizione e costruire il programma. Il Partito democratico deve essere il perno di questo lavoro, attorno al quale costruire una proposta credibile di governo. Ma il programma non può essere un elenco di buone intenzioni: deve essere il terreno su cui misurare davvero le forze politiche.

Quali sono le priorità?

Sanità, scuola e lavoro. Tre pilastri chiari: sanità pubblica, scuola pubblica e salario minimo. A questi si aggiunge un nuovo piano industriale per il Paese. Sono i punti attorno ai quali costruire una proposta alternativa. Il nostro target sono i giovani e le fasce più fragili, che oggi stanno pagando il prezzo più alto della crisi.

Capitolo legge elettorale: il centrodestra vuole cambiarla. Voi che idea avete?

Non è pensabile mettere mano alla legge elettorale dopo aver perso un referendum. Sarebbe il segno di voler cambiare le regole per paura. Meloni vuole costruire un sistema che favorisca il centrodestra, ma la storia insegna che chi prova a cambiare le regole del gioco poi perde le elezioni. È già successo.

Sul piano internazionale, Schlein ha espresso solidarietà a Meloni dopo gli attacchi di Trump. Come giudica quella posizione?

È stata una scelta giusta, di alto profilo istituzionale. Siamo agli opposti politicamente, ma quando qualcuno attacca l’Italia, anche se è un alleato, non può farlo impunemente. Trump dimostra di non avere più remore né confini: altro che uomo di pace, è l’uomo delle guerre. In questo contesto, Meloni ha sbagliato a restare troppo nella sua scia, apparendo ambigua rispetto all’Europa.

Il “campo largo” è ancora un obiettivo realistico?

I rapporti con le altre forze sono positivi, ma serve lavorare di più per l’unità. È l’unica strada per battere il governo Meloni, che ha prodotto una crisi sociale evidente. L’unità non si proclama, si costruisce giorno per giorno su contenuti concreti.

Il giudizio sul governo resta molto duro. 

I fatti parlano chiaro. Su giustizia, autonomia e premierato siamo di fronte a fallimenti. E la prossima legge di bilancio sarà un passaggio decisivo: sarà lacrime e sangue. Non si potranno più raccontare favole agli italiani. Quella manovra certificherà definitivamente l’inadeguatezza di questo governo, che peraltro è già evidente nei fatti quotidiani.

Perché è il momento di costruire l'alternativa di governo. Parla Graziano (Pd)

Dopo il referendum, secondo Stefano Graziano (Pd), si apre una fase favorevole al centrosinistra grazie all’alta partecipazione e al ruolo dei giovani. Priorità del programma saranno sanità, scuola, lavoro e salario minimo, con il Pd perno della coalizione. Critiche al governo Meloni su riforme e politica economica, mentre sulla legge elettorale avverte: cambiarla ora sarebbe un segnale di debolezza. Obiettivo resta costruire un’unità larga per l’alternativa

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