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Sofia prova a uscire dal pantano politico mentre l’Europa osserva con attenzione. Le elezioni hanno ridisegnato gli equilibri interni della Bulgaria, consegnando la vittoria a Rumen Radev e riaprendo il dibattito sul possibile asse con i leader sovranisti del Continente. Ma tra analogie suggestive e differenze strutturali, il rischio di un nuovo “uomo dei veti” sul modello ungherese resta, almeno per ora, più evocato che concreto. Formiche.net ne ha parlato con Maria Simeonova, direttrice dell’ufficio di Ecfr a Sofia.

Alla luce dello stallo politico a Sofia, quanto è concreto il rischio che il presidente Radev si trasformi in un uomo dei veti sul modello ungherese, incidendo sulle dinamiche decisionali europee?

Rumen Radev è il grande vincitore delle elezioni, ma gli manca l’infrastruttura che Viktor Orbán aveva costruito nel corso degli anni. Inoltre, la priorità di Radev sarà la riforma della giustizia e le misure economiche alla luce dell’aumento dei prezzi. Per questo, avrà bisogno dei fondi dell’Ue.

Le elezioni bulgare sembrano consegnare un quadro frammentato: quali sono i margini reali per la formazione di un governo stabile e quali attori potrebbero risultare decisivi nei prossimi passaggi?

In realtà, queste elezioni pongono fine a una frammentazione politica che ha caratterizzato il panorama politico dal 2021. Una vittoria di questo tipo, anche per il divario tra il primo e il secondo sfidante, è impressionante e non la si vedeva da decenni. Pertanto, il vincitore dispone di una maggioranza sufficiente per formare un governo.

In che misura le tensioni interne alla Bulgaria possono riflettersi sugli equilibri dell’Unione europea, soprattutto su dossier sensibili come allargamento, sanzioni e politica energetica?

Radev sarà critico nei confronti degli aiuti all’Ucraina e delle sanzioni contro la Russia per mantenere le promesse della sua campagna elettorale. È probabile che mantenga una posizione continua e decisa sulla Macedonia del Nord, che deve ancora includere i bulgari nella Costituzione per poter avviare i negoziati di adesione all’Ue. Non mi aspetto che un eventuale governo guidato da lui rappresenti un ostacolo al processo complessivo di allargamento. La Bulgaria è stata un sostenitore costante dell’allargamento.

Il paragone con Orban è sempre più ricorrente: esistono davvero le condizioni politiche e istituzionali perché Radev possa esercitare un potere di interdizione simile all’interno dell’Ue?

L’ex generale è il grande vincitore delle elezioni ma, come ho già detto, gli manca l’infrastruttura che aveva costruito e che ha permesso a Orbán di governare. 

Guardando oltre il breve periodo, che tipo di traiettoria politica può imboccare la Bulgaria dopo queste elezioni: rischio di isolamento o possibilità di un nuovo protagonismo europeo?

Radev è consapevole di poter realizzare le priorità della sua campagna solo se stabilisce buoni rapporti con i suoi omologhi europei. Qualsiasi rischio di perdere i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza lo indurrà a fare marcia indietro. Da questo punto di vista, penso che non sarà un ostacolo all’interno dell’Ue; ma nel medio e lungo termine, se un numero crescente di politici sovranisti vincerà le elezioni in tutta Europa, potrebbe emergere una massa critica capace di mobilitarsi su posizioni più euroscettiche.

Radev tra Bruxelles e Mosca. L'equilibrio obbligato per non perdere i fondi Ue secondo Simeonova (Ecfr)

La vittoria di Radev riduce la frammentazione e apre a un governo stabile. I timori di un “uomo dei veti” appaiono limitati, anche per la dipendenza dai fondi Ue. Resteranno posizioni critiche su Russia e Ucraina, senza però mettere in discussione l’allargamento. Colloquio con Maria Simeonova, direttrice dell’ufficio di Ecfr a Sofia

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