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L’Italia ha urgente necessità di sviluppare una propria linea di sviluppo economico-finanziario che coinvolga tutti gli attori economici: dallo Stato alle Banche. Si tratta di una condizione nota, ma quando il presidente dell’Associazione bancaria italiana (Abi) dichiara ai giornalisti che “se vanno in crisi le imprese seguono le famiglie e le banche” bisogna riconoscere subito che si tratta di un segnale importante e per varie ragioni. La prima, e probabilmente la più importante di tutte, è proprio in quella connessione che Patuelli sottolinea dell’interconnessione dei sistemi economici e, più in particolare, tra la dimensione delle imprese e la dimensione del credito.

Malgrado tale connessione sia in qualche modo cruciale, spesso si tende a trascurarne le implicazioni concrete ed operative. Una tra tutte: se il sistema del credito condivide l’esposizione al rischio delle imprese, allora il sistema del credito dovrebbe naturalmente supportare le imprese, e soprattutto quelle imprese che hanno una valenza prettamente territoriale, e che possono essere maggiormente esposte a fattori esogeni. Quello che emerge dai dati, invece, è che se nel 2025 il credito alle imprese ha conosciuto un trend di ripresa dopo gli scorsi anni, tale ripresa ha riguardato sempre meno le cosiddette microimprese, che sono quelle con meno di 20 dipendenti. A sottolinearlo è la Cgia di Mestre, come riportata dal Sole24Ore, che ha evidenziato come i prestiti verso questa categoria di soggetti economici abbiano conosciuto una contrazione di 5 miliardi nel corso del 2025, pari al 5%.

Tassi importanti, soprattutto se si considera che, in fondo, la struttura del nostro tessuto produttivo è quasi integralmente composta da soggetti di queste dimensioni. Rappresentano il 98% delle imprese attive in Italia, e occupano più della metà degli occupati. Chi ha analizzato il dato parla di difficoltà strutturali, così come di dimensioni economiche quali i costi marginali. Ragionamenti senza dubbio corretti se ci si trova in una condizione economica espansiva, ma che perdono almeno in parte la propria validità se rilette alla luce della dichiarazione del presidente Abi.

Detto in altri termini, è vero che i costi di istruttoria per una piccola o per una grande impresa tendono ad essere pressoché identici, ed è vero quindi che a parità di costo, l’erogazione di un credito con una minore marginalità risulta antieconomico rispetto ad un credito ad alta marginalità, ma è anche vero che tale differenziale di costo è notevolmente inferiore ai costi che sarebbe necessario sostenere in caso di crisi bancaria. Chiaro, si tratta di condizioni per fortuna distanti dalla nostra attuale congiuntura, ma l’iperbole mostra quanto a volte le decisioni vengano assunte secondo una visione ben poco lungimirante.

Né tantomeno si può pretendere che il sistema del credito sviluppi autonomamente una modalità operativa di intervento del tutto differente a quella che ha consolidato nel tempo. Di certo si può auspicare che sempre più banche finanzino gli investimenti delle microimprese, ma i tempi richiesti da un tale cambiamento sarebbero con ogni probabilità poco compatibili con le esigenze del nostro sistema produttivo. Questo ci porta a riflettere su quali altre strade siano realmente possibili e implementabili.

In questo senso, uno sguardo alle Industrie culturali e creative o alle forme più recenti di imprenditoria potrebbe essere d’aiuto. Se si guarda ad esempio alla dimensione delle start-up, anch’esse in calo, tra l’altro, e all’iter di sviluppo di una società di questo tipo, emerge chiaramente un sistema di investimenti che, al di là degli alti e bassi che si possono registrare tra un anno e l’altro, è tendenzialmente inadeguato a competere con altre nazioni di rilevanza comunitaria e internazionale.

Pur volendo soprassedere, e non è possibile, ma pur volendo soprassedere sul fatto che le logiche di investimento in start-up appartengono ad un universo differente da quelle che invece regolano gli investimenti in microimprese, e pur volendo soprassedere, e non è possibile, ma pur volendo soprassedere sul fatto che investire ed erogare credito sono due attività molto diverse tra loro, pur volendo dunque contrastare la logica e sviluppare l’ipotesi di assurda di applicare un meccanismo che replichi le dinamiche dei fondi di investimento finanziario all’interno dell’economia reale, ebbene, sarebbe impossibile pensare che un meccanismo che non eccelle nella sua propria attività caratteristica possa risolvere un problema in un settore completamente differente.

Altre strade, allora, si rendono necessarie, ma richiedono un cambiamento in primo luogo culturale. Una ipotesi in fondo percorribile è quella che prevede che le grandi imprese sviluppino, anche sostenuti dagli istituti di credito, logiche di investimento reale all’interno del territorio nazionale, acquisendo quote di micro-imprese, non soltanto in una mera logica di proprietà, ma con l’obiettivo di creare delle integrazioni in termini di catena di produzione del valore. Sviluppare, in altri termini, una politica di acquisizioni che consenta alle grandi imprese di introdurre le imprese di cui si detengono quote all’interno di percorsi internazionali, facendone crescere volume di fatturato e personale assunto.

Si tratterebbe di un ripensamento del tessuto produttivo certamente di non facile transizione, ma che potrebbe superare dei limiti strutturali, e incrementare non solo il valore del credito alle imprese, ma anche il valore aggiunto delle micro-imprese, nelle quali, ad esempio, sono spesso coinvolte risorse con alti livelli di specializzazione e di educazione formale. Una politica di questo tipo è presente, ad esempio, nel settore editoriale, in cui un numero enorme di case editrici di micro-dimensioni è collegato, attraverso quote di proprietà, a pochi grandi player. Analoghe composizioni (grande player che detiene quote di tantissimi piccoli operatori economici) sono presenti in altri settori.

Una tendenza alle acquisizioni di piccole quote è dunque già presente nelle nostre grandi imprese. Va resa tuttavia sistemica, e soprattutto, va fatto in modo che il sistema del credito supporti tali operatori in attività di finanza straordinaria, così da favorire sempre più la diffusione di tali investimenti. Investire in economia reale richiede senza dubbio tempi più lunghi degli investimenti in asset finanziari: ma da un lato si sviluppa esclusivamente una dimensione individuale, dall’altro, si crea un processo di creazione di valore collettivo, con implicazioni molto importanti se si assume una logica di medio-lungo termine. Per ottenere tale risultato, sembra stupido, ma la verità è che dobbiamo iniziare a ragionare come Paese. Un Paese in cui se soffrono le imprese, soffrono le famiglie e poi le banche.

Per far crescere la nostra economia dobbiamo riscoprirci Paese

Investire in economia reale richiede tempi più lunghi degli investimenti in asset finanziari: ma da un lato si sviluppa una dimensione individuale, dall’altro, si crea un processo di creazione di valore collettivo, con implicazioni molto importanti se si assume una logica di medio-lungo termine. Per ottenere tale risultato, dobbiamo iniziare a ragionare come Paese. Un Paese in cui se soffrono le imprese, soffrono  famiglie e banche. La riflessione di Stefano Monti

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