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L’esperienza di Kobane sembra aver prodotto un risultato importante in termini di fiducia riconquistata da parte delle forze che si oppongono ad Isis. Ieri le forze irachene, con il supporto dei pasdaran iraniani, hanno lanciato una vasta offensiva contro lo Stato islamico per riconquistare la città di Tikrit, nel Nord dell’Irak (e della quale gli Usa non sarebbero stati messi al corrente, spiega il Daily Beast). Sono circa 30mila gli uomini impegnati contro i jihadisti tra esercito, polizia, unità antiterrorismo, volontari delle Unità di mobilitazione popolare e tribù locali sunnite e anche la Turchia ha inviato due aerei cargo carichi di attrezzature militari in territorio di Baghdad.

Malgrado il generale Vincent Stewart, direttore dell’Intelligence militare Usa prenda tempo e dichiari pubblicamente, come sia impossibile riuscire a portare il livello addestrativo dell’esercito dell’Irak ad un coefficiente di performance tale da permettergli di affrontare estenuanti e durissimi combattimenti in ambiente urbano per lunghi periodi, prima del prossimo autunno, vi sono segnali che lascerebbero trapelare una crescente attività tesa se non alla controffensiva, almeno alla realizzazione delle fasi che la precedono. Quello che è lecito aspettarsi è una strenua battaglia casa per casa in città nella quale vivono centinaia di migliaia di persone e che Isis ha eletto a veri e propri santuari, se non addirittura ad una sorta di capitale simbolica come è nel caso di Mosul. E quello di un combattimento in ambiente urbano, rappresenta uno scenario davvero drammatico.

Per quanto quei luoghi siano lontani ed appaiano scollegati dalla nostra realtà e dalle minacce che Isis ci propina ogni giorno, ci sono alcuni aspetti che debbono assolutamente essere tenuti in considerazione.
Il primo riguarda il fatto che Isis ha, come è noto, un “esercito” costituito in termini numerici rilevanti da combattenti stranieri, giunti in Irak dai più disparati Paesi e, cosa importantissima, dal nostro continente. Combattenti che da mesi danno prova delle loro capacità e della crudeltà con la quale agiscono, con risultati drammaticamente noti. Le battaglie di Tikrit prima e poi di Mosul, rischierebbero di trasformarsi in una versione moderna di quella verificatasi a Stalingrado alla fine del secondo conflitto mondiale e sarebbero il nuovo perfetto scenario nel quale cementare le alleanze e le esperienze di ceceni, sauditi, algerini, libici, tunisini, marocchini, italiani, inglesi, francesi, insomma della variegata e feroce compagine che ben conosciamo.

Avrebbero poi un enorme valore simbolico in termini di confronto con il nemico, confronto che aggiungerebbe un nuovo fenomenale capitolo all’aspetto propagandistico e di comunicazione che così tanto interessa al califfo ed i suoi adepti. I combattenti dell’Isis che affrontano metro dopo metro, casa per casa, “l’armata degli infedeli” rappresenta esattamente ciò a cui costoro ed i loro comandanti ambiscono in termini di scontro e di impatto comunicativo, in uno scenario che permetterebbe loro di supplire al gap che gli deriva dall’aver esaurito il “parco sequestrati” a loro disposizione.

Ma vi è un secondo aspetto di importanza altrettanto rilevante. Qualora Tikrit e Mosul si trasformassero in una disfatta per costoro, cosa è lecito aspettarsi che farebbero pur di riconquistare il terreno perso in termini di credibilità? Come si ricollocherebbero i combattenti stranieri accorsi in Irak? Finora gli uomini di Isis hanno sempre cercato di far apparire la loro compagine come un esercito capace di impegnarci in maniera globale, tanto in Irak quanto in Libia, contemporaneamente. Intanto è immaginabile che cercherebbero di trasformare la eventuale disfatta in qualcosa di diverso, dimostrando di non aver perso la capacità di colpire, ovunque. L’eventualità di un incremento di azioni a fuoco in luoghi lontani da quelli nei quali si combatte la battaglia principale sullo scacchiere è qualcosa che andrebbe tenuto in grande considerazione perché per il nostro nemico, la cosa più importante di tutte, non è evitare la sconfitta, ma mantenere il potere di deterrenza, anche quando la sconfitta si sta verificando.

Inoltre sarebbe lecito chiedersi se alla luce di un abbandono di quelle due città e di quell’area, i combattenti stranieri non potrebbero decidere di dedicarsi ad altri scenari, quali quello libico ed a azioni più devastanti da perpetrare sul nostro territorio. Vedergli perdere una battaglia ed immaginare un loro riposizionamento potrebbe significare paradossalmente per noi, non una diminuzione della minaccia alla quale siamo sottoposti, ma addirittura un incremento dei rischi che corriamo.

Già da diversi mesi l’attenzione degli uomini dell’intelligence occidentale, è concentrata sul grande pericolo rappresentato dal fenomeno del reducismo e dei combattenti di ritorno dalle zone di conflitto. Se Tikrit e Mosul, città nelle quali vi sarebbero decine di migliaia di effettivi dell’Isis, dovessero trasformarsi nella loro disfatta, come pensiamo che si ricollocherebbero questi “soldati” veterani di lunghi e sanguinosi confronti? Immaginiamo forse che si ritirino in buon ordine o pensiamo che verosimilmente cercheranno di dimostrare al mondo che il califfato è tutt’altro che sconfitto?

Tikrit, che succede al Califfato?

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