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Siamo solo all’inizio, ma è chiaro che l’applicazione della tecnologia digitale ai processi democratici andrà avanti ed è altrettanto chiaro che si porranno al decisore politico questioni nuove particolarmente delicate.

È di questi giorni la notizia che in poco più di una settimana il comitato promotore del referendum che intende abrogare la legge sull’autonomia differenziata ha raccolto 500mila firme. Il referendum, dunque, si farà. Ma si farà anche perché, per la prima volta, la raccolta delle 500mila firme che la Costituzione ritiene necessarie per indire una consultazione referendaria non è avvenuta con i banchetti in strada, la fila dei cittadini col documento in mano, gli ufficiali comunali a certificare la validità di ogni singola firma. La raccolta è avvenuta per via telematica attraverso lo Spid, il Cie o il Cns. Con questo sistema, arrivare ad indire un referendum abrogativo è, letteralmente, un gioco da ragazzi: basta promuovere, a basso o nullo costo, una campagna sui social network. E qui si pone un primo problema.

Come ha correttamente ricordato il costituzionalista Alfonso Celotto sulla Stampa, la soglia minima delle 500.000 firme fu stabilita dai padri costituenti quando in Italia gli aventi diritto al voto erano 28 milioni; oggi che gli elettori sono diventati 46 milioni quella soglia risulta oggettivamente troppo bassa. Era bassa quando, fino a ieri, le firme si raccoglievano una ad una manualmente, risulta ancor più bassa oggi che la raccolta è telematica. Un’adeguamento normativo, pertanto, si impone.

Ma non per questo si scongiura un secondo problema. Per quanto sia ragionevole immaginare che a breve verrà innalzata la soglia minima delle firme per indire un referendum, il fatto di poter firmare con un semplice clic sul telefonino porterà inevitabilmente alla moltiplicazione dei momenti referendari. Si creeranno, così, nuove e sempre più vibranti aspettative nell’elettorato. Ma poiché la Costituzione prevede che siano validi solo i referendum abrogativi cui partecipa la maggioranza assoluta degli eventi diritto – cosa che, salvo la parentesi del 2011, non accade da oltre vent’anni -, tali aspettative saranno destinate a frustrazione certa, aumentando di conseguenza la già conclamata disaffezione dei cittadini dalla politica e il già consistente divario tra il Palazzo e il Paese.

Problemi comunque risibili rispetto a quelli con cui ci troveremo a fare i conti nel prossimo futuro. La Community of Practice on Partecipatory and Deliberative Democracy dell’Unione europea certifica un aumento del 40% nell’adozione di piattaforme digitali per la gestione di processi partecipativi tra il 2019 e il 2024. Il Center for American Progress quantifica, nel solo 2024, in 2 miliardi il numero di elettori di 50 Paesi che in tutto il mondo utilizzano le piattaforme digitali per interagire con i processi elettorali.

Siamo, con tutta evidenza, solo all’inizio. È, infatti, ragionevole immaginare che in Italia e in tutte le altre democrazie occidentali arriverà presto il momento in cui si riterrà di affrontare il tema della sempre più scarsa partecipazione dei cittadini alle elezioni consentendo il voto online. Entreremo, allora, nell’era della democrazia digitale. E, al netto di quelli relativi alla sicurezza del voto, ci troveremo ad affrontare problemi nuovi, essendo chiaro che una immediata accessibilità al voto da parte di tutti i cittadini non potrà che alterare il risultato elettorale. Come, è presto per dirlo.

Sfida della democrazia digitale, la nuova era è alle porte. L’analisi di Cangini

È ragionevole immaginare che in Italia e in tutte le altre democrazie occidentali arriverà presto il momento di affrontare il problema della scarsa partecipazione alle elezioni consentendo il voto online. Entreremo, allora, nell’era della democrazia digitale. Ci troveremo ad affrontare problemi nuovi: dalla sicurezza del voto al rischio di alterare il risultato elettorale. L’analisi di Andrea Cangini

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