Il ritiro degli Emirati dall’Opec+ accelera la rivalità con Riyadh e apre nuove crepe strategiche nel GCC, mentre Teheran tenta di sfruttare le divisioni interne alla regione. L’analisi di Alissa Pavia, Nonresident Senior Fellow, Atlantic Council
Gli Emirati Arabi Uniti hanno intrapreso una mossa tanto strategica quanto inaspettata quando hanno annunciato il loro ritiro dall’Opec+, il cartello dei paesi produttori di petrolio famoso per l’implementazione dell’embargo petrolifero del 1973. Il primo maggio 2026 l’Uae ha annunciato il suo ritiro dopo 59 anni di adesione, scatenando il panico fra i paesi del Golfo tutt’ora nel mirino dei razzi iraniani. La motivazione ufficiale di Abu Dhabi è di voler incrementare la produzione nazionale sopra la quota imposta dal cartello, limitata a 3,4 milioni di barili al giorno, contro una capacità produttiva nazionale vicina ai 5 milioni di barili. Di fronte alle incertezze che la regione sta affrontando a causa della ritorsione iraniana in seguito agli attacchi congiunti israelo-americani, Abu Dhabi sta tentando di raggiungere un’autonomia strategica dal resto del Golfo per poter intraprendere politiche più benefiche ai suoi interessi nazionali. La strategia è soprattutto mirata a svincolarsi dall’Arabia Saudita, che da sempre gioca il ruolo di leader principale del cartello, manovrando le decisioni principali inerenti alla stabilizzazione dei prezzi globali di petrolio e alla quantità di petrolio disponibile sul mercato. Intanto, i sauditi tentano di giustificarsi: proprio in questi giorni il principe Turki ha pubblicato un pezzo su Arab News sostenendo che «il principe ereditario (Mohammed bin Salman) non ha permesso all’Iran di dividere i fraterni stati del Golfo» e sostenendo che ha supportato tutti i leader del Golfo, esprimendo loro solidarietà, e ha posto le rotte commerciali e finanziarie del regno al servizio loro e dei loro popoli.
Dalla loro nascita nel 1971, gli Emirati sono da sempre alleati naturali dei sauditi. Due paesi arabi monarchici con enormi quantità di riserve energetiche, i due paesi rappresentano il perno dell’Opec+ nel Golfo producendo insieme quasi il 14% della produzione mondiale di petrolio. Oggi, tuttavia, i due paesi divergono nella loro strategia su come raggiungere stabilità nella regione: se l’Arabia Saudita punta a preservare l’unità regionale attraverso il sostegno ai governi centrali, gli Emirati favoriscono invece una maggiore frammentazione regionale al fine di ampliare la propria proiezione di potere e rafforzare il proprio peso economico, commerciale e militare. Questa divergenza si è palesata in maniera evidente negli ultimi anni a partire dalla guerra in Yemen, dove l’Arabia Saudita ha guidato una coalizione di nove paesi per reprimere le rivolte degli Houthi a partire dal 2015. Tra questi figurava anche Abu Dhabi, che inizialmente condivideva gli stessi obiettivi di Riyad. Tuttavia, già a partire dal 2017-2018, le aspettative di Abu Dhabi cambiarono rispetto a quelle della coalizione, focalizzandosi sulla sconfitta di enti islamisti nel territorio yemenita piuttosto che sulla riunificazione del paese. Abu Dhabi decise di distanziarsi da Riyad fornendo assistenza militare al Consiglio di transizione del Sud (Stc), che ha come obiettivo quello di creare uno stato autonomo. L’iniziativa ha avuto ripercussioni considerevoli per l’asse saudita-emiratina e per il Gcc, il Consiglio di cooperazione del Golfo, il quale non ha più esercitato lo stesso tipo di leva sia a livello regionale che mondiale, date le divisioni al suo interno. A dicembre scorso, le tensioni raggiunsero il loro apice quando membri dello Stc si scontrarono direttamente con quelli del governo centrale, costringendo Riyad e Abu Dhabi al confronto aperto attraverso gruppi proxy. Mai prima di allora si era intensificata a tal punto la rivalità dei due paesi, costringendo Abu Dhabi a ritirarsi dal paese per evitare ulteriori escalation.
Questa rivalità non è solamente circoscritta allo Yemen: anche rispetto alla strategia adottata nei confronti dell’Iran, arcinemico dei paesi del Gcc dalla rivoluzione islamica del 1979, i due divergono considerevolmente. Riyad ha intrapreso una strategia di riavvicinamento strategico con paesi ostili nella regione nella speranza di raggiungere una stabilità tale da permetterle di implementare il suo progetto colossale Vision 2030, volto a diversificare le entrate economiche del paese. In contrasto, Abu Dhabi, sentendosi minacciata in quanto principale hub commerciale e finanziario della regione, persegue strategie opposte, ostacolando il riavvicinamento saudita all’Iran attraverso il sostegno ad attori locali e gruppi armati che alimentano la frammentazione regionale, come avvenuto in Yemen, Sudan e Libia. In questo modo, gli Emirati mantengono aperti spazi di influenza politica, economica e militare che una normalizzazione regionale rischierebbe invece di ridurre.
Non solo: Abu Dhabi si sta addirittura riposizionando su un asse più vicina a Tel Aviv, nonostante le ostilità dei popoli arabi verso Israele. Nell’agosto 2020, su iniziativa di Abu Dhabi, firmò gli Accordi di Abramo con Israele, spianando la strada all’implementazione di un accordo di pace regionale tra paesi arabi e Israele. Inoltre, gli Emirati e Israele rimangono gli unici due paesi al mondo a riconoscere il Somaliland, territorio indipendentista che si trova strategicamente sul Golfo di Aden tra il Mar Rosso e il Mar Arabico, altro allineamento strategico evidente.
Non è un caso che in questi giorni Abu Dhabi sia presa particolarmente di mira dai razzi iraniani: se da un lato Teheran è consapevole che l’asse Abu Dhabi-Riyad rimane incentrata in una partnership storica difficile da abbattere nel breve periodo, sa anche che può far leva sulle divisioni interne del Gcc per indebolire la regione a suo interesse.
















