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The axis of upheaval. Questo il suggestivo titolo – “asse della rivolta”, gioco di parole col risalente “axis of evil”, asse del male – che Andrea Kendall-Taylor e Richard Fontaine appongono al loro articolo sul nuovo numero di Foreign Affairs per definire quell’insieme di Stati (Cina, Russia, Iran, Corea del Nord) che hanno lanciato la sfida agli Stati Uniti per l’egemonia globale.

Le modalità operative dei membri di questo gruppo – si esclude il termine “alleanza” – consistono nel mettere momentaneamente da parte le differenze strategiche reciproche e nel concentrare l’attenzione sull’obiettivo comune di sovvertire l’ordine internazionale vigente a guida americana e di ampliare le proprie sfere di influenza come risultato di tale azione.

Gli effetti, già visibili anche a livello narrativo nei teatri di guerra attualmente aperti, sono potenzialmente letali: dal rendere inefficace lo strumento delle sanzioni economiche nei confronti di uno o più dei membri dell’asse, al mutuo soccorso bellico in termini sia di forniture di materiali che di personale, alla quasi impossibilità per gli Stati Uniti di avvicinare a sé uno di quegli Stati per contenerne un altro – si parla molto in questi anni di “reverse Kissinger” in funzione anti-cinese – oppure di assemblare coalizioni internazionali a supporto di iniziative proprie.

Se poi matura la percezione, anche nelle aree tradizionalmente sotto la sfera di influenza americana, che il disimpegno a stelle e strisce è prospettiva concreta e che le probabilità per l’asse della rivolta di raggiungere i propri obiettivi non sono trascurabili, ne consegue che la profezia di autorealizza e il nuovo ordine globale viene riconfigurato come conseguenza della necessità strategica da parte di chi non è potenza di farsi amico chi fino a ieri rappresentava una minaccia.

Gli autori individuano così sei realtà (Arabia Saudita, Brasile, India, Indonesia, Sudafrica e Turchia) che in futuro potranno giocare il ruolo di “swing States”, di “Ohio globali” nei confronti dei quali gli Stati Uniti dovranno profondere ogni sforzo – politico, economico, militare e culturale – per evitare che cedano alle lusinghe dei rivoltosi e si affianchino ad essi.

È nostra opinione che da quell’elenco manchi lo Stato decisivo in questa prospettiva, ossia il Messico. Il motivo è il seguente: se l’asse della rivolta riesce nell’intento di ricavare diverse zone di influenza a beneficio dei propri aderenti e a scapito degli Stati Uniti, allora lo scenario, finora impensabile, di un attacco diretto a questi ultimi come moto inerziale rispetto a questa dinamica deve cominciare a essere contemplato nell’analisi.

In altre parole, la fine del “privilegio esorbitante”, non quello conferito dal dollaro di cui parlava Barry Eichengreen bensì quello costituito dal confinare con due oceani e due Stati innocui, potrebbe rappresentare un’eventualità, per quanto remota, da cui difendersi nell’ipotesi in cui l’asse della rivolta decidesse di spalleggiare Città del Messico in ogni sua rivendicazione, magari anche irredentistica, verso Washington.
Le elezioni presidenziali che a giugno di quest’anno decreteranno chi succederà a Andres Manuel López Obrador, leader di centrosinistra alla guida del Paese dal 2018 e fautore di una linea pragmatica nel complesso rapporto col vicino settentrionale, conterranno anche un segnale in tal senso.

Largamente in testa nei sondaggi c’è a oggi Claudia Sheinbaum Pardo, già sindaca di Città del Messico fino alle dimissioni rassegnate (giugno 2023) per concentrarsi esclusivamente sulla corsa presidenziale. Nonostante l’origine ebraica per metà ashkenazita e per metà sefardita, l’erede di Lopez Obrador, peraltro in linea col suo appello a essere giudicata per la sua politica e non per la sua appartenenza di stirpe, non ha preso una posizione netta a favore di Israele nella guerra di Gaza.

In questo quadro, anzi, ha colpito molti osservatori il fatto che nell’elenco che il ministro degli Esteri di Gerusalemme Israel Katz ha stilato delle figure istituzionali che hanno manifestato la propria solidarietà a seguito dell’attacco iraniano del 13 aprile comparisse, oltre al Presidente argentino Milei in odore di conversione all’ebraismo, il Presidente ecuadoriano Noboa, vicino agli Stati Uniti ma ormai nemico giurato di Città del Messico anche a seguito dei fatti dell’ambasciata messicana a Quito. Silenzio, invece, sia da parte di Lopez Obrador che, soprattutto, di Sheinbaum.

Si tratta di quell’emancipazione dall’ebraismo su cui dibattevano a metà Ottocento Karl Marx e Bruno Bauer come presupposto per la costruzione di una dimensione nuova? Oppure di un non riconoscimento del sionismo come unica prospettiva di salvezza del popolo ebraico?

La questione è più articolata. Claudia Sheinbaum probabilmente si rende conto che, se il supporto incondizionato alle azioni di Gerusalemme non le consentirebbe di avere con sé la maggioranza di un Paese dall’identità etnica e religiosa altra rispetto alla propria, tuttavia il fatto in sé di porsene alla testa con quell’identità e quel cognome è sufficiente per garantire quell’equilibrio geopolitico che uno scarrellamento del Messico verso l’asse della rivolta metterebbe a repentaglio. Il resto lo faranno, se eletta, le sue politiche. Rimane per ora il fatto che la comprensione della questione ebraica, magari con l’aiuto di qualche classico, è decisiva per decrittare la complessità delle dinamiche globali.

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