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L’ambasciatore cinese Huang Xilian ha fotografato questi mesi di tensione tra Cina e Filippine. “Non provocateci”, ha detto durante una conversazione con il capo delle forze armate filippine (dialogo svelato da un senatore di Manila). E il senso è un po’ questo: fate quel che diciamo, in sostanza subite la nostra influenza, e non scarrellate verso gli Stati Uniti – come invece dall’arrivo alla presidenza di Ferdinando Marcos Jr le Filippine hanno fatto, trasformandosi in uno dei pricinpali alleati americani nell’Indo Pacifico.

Da mesi, Pechino ha aumentato il livello di coercizione nei confronti di Manila. L’attivià principalmente si svolge nel Mar Cinese Meridionale, dove si teme un’escalation delle tensioni, che potrebbe portare a un conflitto – con il potenziale coinvolgimento americano, visto che l’amministrazione Biden ha detto che davanti ad azioni aggressive Washington attiverebbe i principi del mandato di mutua difesa con le Filippine (concetto ribadito anche mentre il ministro degli Esteri cinese era in visita a DC). Pochi giorni fa, nei pressi di Secondo Thomas Shoal (isolotto da tempo al centro della contesa geopolitica), è avvenuto uno dei fatti più violenti e sensibili: i cannoni ad acqua della Guardia Costiera cinese hanno messo fuori uso un’imbarcazione filippina.

Se la condanna per quanto accaduto da parte degli Stati Uniti era scontata – anche con toni forti, con il Pentagono che parla di “ironclad commitment”– è più significativa la presa di posizione dell’Unione europea (e con essa quella diretta irlandese, tedesca e olandese, anche se i Paesi Bassi stanno aumentando le relazioni con Manila). Anche Londra, Tokyo, Canberra e Auckland hanno preso posizione contro le coercizioni cinesi. Il segretario alla Difesa filippino, Gilberto Teodoro Jr., ha dichiarato a settembre alla CNN che il resto del mondo deve opporsi a quello che ha definito il “bullismo” cinese.

“Il ciclo di escalation è preoccupante”, ha commentato recentemente Ray Powell, direttore di SeaLight, un progetto del Gordian Knot Center for National Security Innovation della Stanford University che monitora le attività marittime nel Mar Cinese Meridionale. La ragione è semplice: finora gli incidenti non hanno prodotto vittime o danni ingenti ai mezzi, ma che succede se qualcosa va storto? Tecnicamente, poiché le Filippine (come il Giappone e la Corea del Sud), hanno un trattato di mutua difesa con gli Stati Uniti, la morte di filippini potrebbe far intervenire le forze statunitensi.

“Le tensioni nel mare e il rafforzamento dell’alleanza con gli USA sono il risultato del viaggio di BBM (acronomimo di Bongbong, come viene chiamato Marcos Jr, ndr) a Pechino, quando nel gennaio scorso a parte promesse di investimenti, Xi Jinping non ha fornito alcuna soluzione di compromesso o alternativa che non suonasse come una capitolazione. Contrariamente al predecessore Rodrigo Duterte, per Marcos Jr questo non è stato sufficiente. In aggiunta a ciò, Manila ha totalmente perso fiducia in soluzioni multilaterali come il Codice di Condotta Asean-Cina, in stallo da oltre 20 anni”, spiega Matteo Piasentini PhD al Political Science Department della University of Philippines e analista su geopolitica.info.

“Il moltiplicarsi delle notizie di incidenti nel 2023 è anche il risultato della scelta di Manila di rendere pubblico quanto accade nelle acque contese”, aggiunge Piasentini, e di farlo “con il duplice scopo di danneggiare la reputazione di Pechino da un lato, e dall’altro di raccogliere supporto e attenzione da parte di altri attori regionali ed extra regionali”. Questa nuova tattica viene definita “Trasparenza assertiva”: sta dando alcuni frutti, basta vedere le reazioni di condanna prodotte. “Tuttavia, sta anche provocando l’isteria di altri Paesi del Sud-est Asiatico, che la vedono come un tentativo di escalation e destabilizzazione”, spiega l’esperto da Manila.

“Nel prossimo futuro dovremo aspettarci un protrarsi delle tensioni con alti rischi di incidenti. Così facendo, Manila spera quantomeno di cristallizzare la situazione di fatto ed evitare ulteriori erosioni della propria sovranità marittima. Molto di ciò dipenderà ovviamente anche dal coinvolgimento di Stati Uniti e altri partner regionali nella questione”, aggiunge.

(Quest’analisi apre la newsletter Indo Pacific Salad, oggi dedicata a come e perché “Manila non vuole Pechino”)

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