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Non solo relazioni internazionali, indirizzi di chiara matrice euroatlantica, stimoli a costruire politiche comuni. La destra che sta governando in alcuni paesi europei, Italia in primis, sta affrontando un percorso a metà tra la sfida e la conferma. Lo dimostra, una volta di più, l’attenzione che a questa novità politica stanno rivolgendo una serie di ambiti culturali, geopolitici e analitici internazionali al fine di capire chi oggi sia interlocutore affidabile in seno ad alleanze e partnership, e chi invece elemento destabilizzante.

Aspettative superate

La prima discriminante in questo senso è stata la guerra in Ucraina. Partiti di destra come Fratelli d’Italia, ben prima di salire a Palazzo Chigi, avevano espresso chiaramente il proprio sostegno a Kiev; di contro in molti partiti di sinistra in Italia, Germania, Francia e Spagna non sono mancate sacche di profondo antiamericanismo mascherate da una certa ‘prudenza’ sul sostegno a Kiev.

Ha scritto Time dopo la visita di Giorgia Meloni alla Casa Bianca che, a differenza dei suoi colleghi leader nazionalisti di destra come l’ungherese Viktor Orbán o il turco Recep Tayyip Erdoğan, “la Meloni non è un paria internazionale, grazie in gran parte alla sua forte posizione sulla guerra in Ucraina, da quando è entrata in carica a ottobre, la leader italiana ha ampiamente superato le aspettative occidentali e ha persino suscitato elogi per le sue forti posizioni atlantiste”. Concetti che seguono quelli già espressi nei mesi scorsi da Washington Post, Financial Times, Le Figaro, Economist, Frankfurter Allgemeine Zeitung quando, sulla stampa che conta, è emerso il dato del pragmatismo meloniano, prima che la coloritura ideologica.

Ingiustificato il pessimismo sulle destre

Dai proclami caratterizzati da ragionamenti come “il fascismo sta tornando” o “la democrazia è in pericolo anche nell’Europa occidentale”, si è passati ad analisi più tarate sugli indirizzi programmatici e la costruzione di politiche ad hoc per contingenze complesse e improcrastinabili come il dossier migranti, l’energia, la difesa, il fronte sud.

Scrive su Persuasion Community Shery Berman, professoressa al Barnard College, Columbia University, che questo pessimismo pervasivo sulle destre europee non è giustificato, perché “lungi dall’essere un segnale che la democrazia è in pericolo nell’Europa occidentale, l’evoluzione di Fratelli d’Italia, dei Democratici svedesi e del Rassemblement nazionale francese dovrebbe renderci cautamente ottimisti”.

Il suo ragionamento è che questi partiti sono arrivati a riconoscere che, per conquistare voti e potere politico, hanno dovuto allontanarsi dalle loro radici di estrema destra, moderare i loro appelli e piattaforme politiche e impegnarsi a giocare secondo le regole democratiche del gioco. E osserva che l’evoluzione di questi e di altri partiti di destra dell’Europa occidentale riflette qualcosa di controintuitivo sulla relazione tra estremismo e democrazia: il fatto che i partiti estremisti diventino minacce significative per la democrazia dipende meno dai partiti e più dalla natura. “Dove le norme e le istituzioni democratiche sono forti – come lo sono state per decenni nell’Europa occidentale – gli estremisti tendono ad essere costretti a moderarsi perché c’è poco consenso per appelli esplicitamente antidemocratici ed estremisti”.

Atlantismo certificato

C’è un ma rispetto alla seconda parte dell’analisi di Berman e tocca il caso italiano: il Msi e Alleanza Nazionale hanno sempre avuto nel proprio dna il gene dell’atlantismo, come dimostrano gli indirizzi pubblici sia di Giorgio Almirante che di Gianfranco Fini. Senza dover ricordare passaggi noti come direzioni nazionali, congressi o le tesi di Fiuggi, non vi sono stati cambi di postura circa il posizionamento internazionale dell’Italia, come invece accaduto a sinistra. A maggior ragione, dunque, così come osservato su queste colonne da Giampaolo Rossi, attuale Dg della Rai, Fratelli d’Italia è nata già con un progetto di tipo culturale, ovvero ridare vita e forma a una visione liberal-conservatrice reaganiana che si era andata un po’ perdendo.

Dai tecnocrati alla politica

“Eravamo nel pieno del Governo Monti, cioè della grande svolta tecnocratica del Paese quando l’intera opinione pubblica, a fronte della crisi del bipolarismo e della stagione politica nata con la discesa in campo di Berlusconi, aveva portato a sostituire la politica con i tecnici. Era il periodo dei tecnici al Governo, delle ingerenze dell’Europa e anche di una parte delle cancellerie straniere negli affari interni dell’Italia: quindi la presa di consapevolezza, da parte di una area politica, del rischio di perdita di sovranità del nostro Paese proprio perché la politica stava facendo un passo indietro”.

Il passo successivo è stato quello di immaginare una visione liberal-conservatrice di chiara matrice repubblicana, incarnata da una destra storica italiana, alla base di una rinascita della sovranità politica in Italia. “Non è un caso che FdI nasca proprio nel momento in cui è invece maggiore la forza di distruzione della politica e in cui l’antipolitica stava prendendo forma: sarebbe poi esplosa con il successo del Movimento Cinque Stelle”. Oggi quelle foto di Giorgia Meloni con Joe Biden e Henry Kissinger chiudono il cerchio.

@FDepalo

Così la destra atlantista si è fatta strada in Europa

Emblematico il caso di FdI, pilastro occidentale pro-Ucraina ben prima di salire a Palazzo Chigi, celebrato anche dal Time: “Da quando è entrata in carica a ottobre, la leader italiana ha ampiamente superato le aspettative occidentali e ha persino suscitato elogi per le sue forti posizioni atlantiste”. Di contro in molti partiti di sinistra in Italia, Germania, Francia e Spagna non sono mancate sacche di profondo antiamericanismo mascherate da una certa ‘prudenza’ sul sostegno a Kiev.

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