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Il mercato, la concorrenza e gli aiuti di Stato. Il Centro Studi Americani, guidato da Roberto Sgalla, ha riunito intorno a un tavolo Giuliano Amato, presidente emerito della Corte Costituzionale; Giovanni Pitruzzella, costituzionalista e avvocato generale della Corte di giustizia dell’Ue; Federico Freni, sottosegretario di Stato al ministero dell’Economia e delle Finanze; Andrea Zoppini, avvocato e professore all’Università Roma Tre; Bernardo Mattarella, amministratore delegato di Invitalia; Stefano Firpo, direttore generale Assonime; Daniele Gallo, professore presso la Luiss e Francesco De Carolis, professore dell’Università Bocconi per discutere delle prospettive economiche tra le due sponde dell’Atlantico.

Una iniziativa che prende forma dal cambio di paradigma avvenuto dopo la pandemia, e che pone delle domande sul futuro dell’economia di mercato e della politica industriale (senza confonderle) del Vecchio continente. Un tema sfidante e intorno al quale ancora c’è incertezza.

Con la decisione americana di varare l’Inflation reduction act, anche l’Europa ha aperto un dibattito sull’interventismo statale. Una questione che andrebbe affrontata a livello centrale da Bruxelles (ad esempio immaginando un Fondo sovrano), per evitare che gli Stati membri con maggiori risorse non si muovano da soli, lasciando i Paesi con meno risorse a disposizione in una posizione di svantaggio competitivo.

La politica industriale europea, ha sottolineato Giuliano Amato, “sta diventando un tema cruciale per quanto riguarda i rapporti tra gli Stati membri, ma anche tra l’Unione europea e gli Stati Uniti. Fino a pochi anni fa, parlare di politica industriale europea sembrava impossibile, oggi si parla di come finanziarla”.

Il presidente ha ricordato la necessità di una visione comune in ambito Ue sia per quanto riguarda l’autonomia strategica, sia per la lotta al cambiamento climatico. In questo senso potrebbe pesare un irrobustimento del collegamento con gli Stati Uniti a correzione della visione interna dell’Ira, una Transatlantic partnership avrebbe un grosso significato.

Aiuti di Stato e integrazione europea

Gli aiuti di Stato sono stati uno dei capisaldi dell’integrazione europea a partire dal Trattato di Roma, ha ricordato Giovanni Pitruzzella. Eppure sono tornati di attualità oggi con la grande trasformazione in cui siamo immersi che “deve essere guidata dallo Stato, da qui il ritorno della politica industriale”.

Il grande tema che ci troviamo di fronte, secondo Pitruzzella, è chi deve mettere i sussidi e le risorse a favore delle imprese, i singoli Stati o l’Europa con un fondo sovrano? “Se si fa leva solo sugli aiuti da parte dei Paesi si corre il rischio che si creino nuove politiche protezionistiche, la spinta verso il fondo sovrano europeo pone il problema della realizzazione di una capacità fiscale dell’Unione”, ha concluso l’avvocato generale della CgUe.

Il macro-tema, ha sottolineato Daniele Gallo, professore di Diritto dell’Unione europea presso la Luiss Guido Carli riguarda i rapporti tra diritto e mercato, ossia tra pubblico e privato.

In questo scenario si inseriscono gli investimenti diretti, cioè gli investimenti effettuati da un soggetto extra Ue per mantenere legami durevoli con un’impresa attiva sul mercato europeo; e le sovvenzioni estere, ossia i contributi finanziari erogati direttamente o indirettamente da uno Stato terzo a un’impresa attiva sul mercato europeo, contributo che genera un vantaggio e una distorsione.

“Questi fenomeni piuttosto trascurati vanno letti nel processo di deglobalizzazione o nuova globalizzazione – ha ricordato il professore – che profila un nuovo ordine giuridico”. Si tratta di un ordine giuridico sospeso e minacciato da grandi cambiamenti che, per far fronte a queste molteplici minacce, sembra avere come unico strumento a disposizione la compressione del mercato, cioè il controllo sull’iniziativa economica e il suo divieto.

L’Inflation reduction act…

L’Inflation reduction act (Ira) americano si iscrive a pieno titolo in una serie di politiche adottate negli ultimi anni dagli Stati Uniti che sta portando il Paese verso un maggiore intervento dello Stato nell’economia, come ha affermato Francesco Decarolis.

In questo senso, l’Ira rappresenta anche un primo passo forte, marcato e deciso verso la transizione verde e la lotta al cambiamento climatico da parte degli Usa. Gli effetti economici della legge americana sono estremamente difficili da predire, ha ricordato Decarolis. E “c’è una strana correlazione tra le stime sugli effetti dell’Inflation reduction act e la condizione di bilancio del Paese di provenienza degli economisti”, ha detto il professore.

Quali sono i caratteri del nuovo capitalismo e qual è il ruolo dello Stato al suo interno? Con queste domande Andrea Zoppini ha aperto il suo intervento sottolineando come “oggi la domanda di aiuti di Stato è molto forte perché rappresentano un elemento competitivo decisivo, per questo o ci si sbriga a generare una politica comune europea, oppure gli Stati procederanno per conto proprio”.

Il capitalismo è definito anche da elementi geopolitici, l’Europa non ha più grandi imprese multinazionali mondiali e il reddito prodotto nel Vecchio continente è molto meno significativo. In questo processo geopolitico, che determina una domanda di aiuti di Stato, un ruolo decisivo viene giocato dal Golden power, dall’attivismo della Banca centrale europea e dalle politiche sul cambiamento climatico, ha concluso il professore.

… E la reazione europea

È proprio dalla necessità dell’Europa di elaborare una politica industriale comune che è partito Federico Freni, sottolineando che “questa idea non esisteva pre-pandemia, esisteva il dono della concorrenza anche e soprattutto come valore fondante della politica comunitaria. Oggi il dato con cui dobbiamo confrontarci è la deroga alla concorrenza che vedrà l’Europa agire come attore unico lontano da questa polarizzazione”. In futuro, ha affermato il sottosegretario, dobbiamo immaginare che gli aiuti di Stato andranno nuovamente scemando, ma questo non significherà che lo Stato debba abdicare al suo ruolo, perché una politica industriale comune porterà comunque a confrontarsi con un mondo polarizzato.

C’è quindi una “necessità sempre più stringente di rafforzamento della governance europea, anche nell’ottica di un armonizzazione fiscale e di un bilancio pubblico, perché è l’unica strada che ci porterà a garantirci una politica industriale in grado di consentire allo Stato di fare il suo lavoro”, ha concluso il sottosegretario.

Dopo trent’anni di globalizzazione, la preoccupazione degli ultimi anni su sicurezza energetica, forniture di materie prime ha portato alla proliferazione di quadri temporanei che hanno generato un po’ di sovrapposizioni e duplicazioni di interventi su materie simili, ha sottolineato Bernardo Mattarella.

Su questo fronte, l’ad di Invitalia ha ricordato una carenza di offerta nei confronti delle imprese nella fascia intermedia, quindi nel cuore del sistema imprenditoriale italiano, le Piccole e medie imprese. Si fa quindi strada la necessità di ordinare strumenti e dotazioni al fine di tradurre gli aiuti di Stato in strumenti utili per le imprese.

Oggi si registra un forte cambio di paradigma che sottolinea come la transizione possa essere realizzata con l’industria, ha detto Stefano Firpo. “La politica industriale europea non può essere solo e unicamente assimilata a una politica di rilassamento degli aiuti di Stato, ma bisogna anche immaginare nuove fonti di finanziamento”.

Il cambiamento di prospettiva sulla politica industriale americana (con l’Ira) è colossale e sta creando uno sbandamento importante in Europa, un equilibrio non lo si è ancora trovato, ha concluso Firpo.

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