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Nonostante si facciano sempre più pressanti gli allarmi sulle crisi ambientali, da quella energetica a quella climatica, dalla crisi idrica a quella agricola, passando per la deforestazione e la desertificazione, il tasso di circolarità nel mondo sta diminuendo: negli ultimi cinque anni siamo passati dal 9,1% al 7,2: in altre parole si ricicla e si riusa meno. L’Italia, comunque, rimane il Paese più circolare d’Europa, anche se negli ultimi anni ha un po’ rallentato mentre gli altri hanno accelerato: occorre fare di più per continuare a mantenere la leadership.

Il tasso di utilizzo circolare dei materiali in Italia è al 18,4%, molto più alto della media europea (11,7%) nel 2021, ma eravamo al 20,6% nel 2020. Per la produttività della risorse siamo, assieme alla Francia, davanti alle altre principali economie Ue con 3,2 euro generati per ogni chilo di materiale consumato. Siamo anche in testa, con il 72%, nel riciclo sul totale dei rifiuti prodotti. Nella classifica complessiva della circolarità delle cinque principali economie continentali (Italia, Germania, Francia, Spagna e Polonia) restiamo dunque leader, anche se registriamo qualche affanno. La Spagna ci segue da vicino e sta tenendo un ritmo di cambiamento più veloce.

Sono questi alcuni dei dati che emergono dal quinto Rapporto nazionale sull’economia circolare, realizzato dal Circular economy network in collaborazione con Enea e presentato oggi a Roma alla presenza del ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin.  “L’impegno del governo sull’economia circolare è a tutto campo – ha detto il Ministro – partendo dalla constatazione della scarsezza di materie prime. Nel Pnrr sono previsti finanziamenti per un miliardo e mezzo per la gestione dei rifiuti, con 600 progetti faro sull’economia circolare. Occorre valorizzare l’esperienza dei consorzi nazionali, cercando di trovare un punto di equilibrio con l’Unione europea sul regolamento degli imballaggi, con un’analisi scevra da impostazioni troppo specialistiche e che tenga conto delle varie realtà locali. Non condividiamo lo strumento del Regolamento, invece della direttiva”.

Parlando di riforme il ministro ha ricordato quelle avviate con la Strategia nazionale dell’economia circolare e il Programma nazionale per la gestione dei rifiuti. “Una valutazione che investirà la riforma fiscale, perché si incrocia con la rivisitazione della tassazione ambientale e l’abbassamento dei sussidi ambientalmente dannosi”.

L’economia globale brucia oltre cento miliardi di tonnellate di materiali ogni anno. Accelerare la transizione verso un’economia circolare contribuirebbe a migliorare le condizioni del Pianeta. L’estrazione di materiale vergine, infatti, potrebbe diminuire di oltre un terzo (-34%) e le emissioni di gas serra potrebbero essere ridotte, contenendo l’aumento della temperatura globale entro i 2°C, salvaguardando quegli ecosistemi fondamentali per la vita sulla Terra. E ci sarebbero anche consistenti benefici economici, a partire da un importante contributo alla lotta all’inflazione, che viene alimentata dai rincari del costo dei materiali e dell’energia.

“Se il costo della materie prime e delle risorse aumenta, la circolarità è la risposta concreta alla crisi – ha detto Edo Ronchi, presidente del Circular Economy Network – Occorre rispettare il cronoprogramma di attuazione della Strategia nazionale per l’economia circolare, rafforzare il sostegno alle imprese, prevedere misure di fiscalità ecologica nella legge delega. È necessario garantire la realizzazione degli impianti previsti dal PNRR per colmare il divario tra Nord e Sud. Dare piena attuazione al Programma nazionale di gestione dei rifiuti per raggiungere gli obiettivi di riciclo e riduzione dello smaltimento in discarica previsti dalle direttive europee”.

La classifica complessiva di circolarità nelle principali economie europee si basa su sette indicatori: tasso di riciclo dei rifiuti; utilizzo di materiali provenienti da riciclo; produttività delle risorse; rapporto tra produzione dei rifiuti e consumo di materiali; quota di energia rinnovabile sul consumo totale; riparazione; consumo di suolo. L’Italia, come abbiamo detto, guida la classifica con 20 punti. Seguono Spagna (19), Francia (17), Germania (12) e Polonia (9).

Nel 2020 la percentuale di riciclo dei rifiuti in Europa è stata del 53%, in Italia del 72%. Rispetto alle altre principali economie, l’Italia ha consolidato il suo primato, superando la Germania di circa 17 punti. Per quanto riguarda i valori pro capite, il nostro Paese conferma il primato con ben 970 kg/abitante l’anno avviati a riciclo, seguito dalla Germania (921 chili per abitante), Polonia (726), Francia (625) e Spagna (472). Particolarmente rilevanti le performances nel riciclo degli imballaggi. Secondo le ultime previsioni del Conai, per l’anno in corso il tasso di riciclo rispetto all’immesso al consumo dovrebbe raggiungere il 75%, l’equivalente di circa 11 milioni di tonnellate di imballaggi. Nel dettaglio: il 77% degli imballaggi in acciaio, il 67% di quelli in alluminio, più dell’85% di quelli in carta e cartone, il 63% degli imballaggi in legno, quasi il 60%  di quelli in plastica e bioplastica e l’80% degli imballaggi in vetro.

“Abbiamo già raggiunto gli obiettivi al 2025 e al 2030 previsti dalle direttive europee – ha dichiarato a Formiche.net Valter Facciotto, direttore generale del Conai –  Per quanto riguarda il contesto futuro vediamo come sarà l’evoluzione della proposta di Regolamento per gli imballaggi, presentato dalla Commissione Europea sulla cui modifica siamo tutti impegnati, compreso il Governo, come ribadito anche in questa sede dal ministro Pichetto Fratin. Ricordo soltanto che questi obiettivi sono stati raggiunti anche  grazie all’Accordo con i Comuni italiani, ai quali il sistema Conai e dei consorzi ha trasferito, dal 2001 al 2021,  11 miliardi e mezzo circa di euro per la raccolta differenziata e l’avvio a riciclo dei rifiuti di imballaggio”.

Un capitolo particolarmente spinoso e complesso è quello relativo alle cosiddette “materie prime critiche”, quelle materie “fondamentali per le filiere hi-tech legate alla transizione energetica, circolare, digitale”. L’Italia importa oltre il 99% di queste materie. Secondo il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, si stima “che al 2030 l’Europa avrà bisogno di 18 volte più  litio e di 5 volte più cobalto rispetto ai livelli attuali per la fabbricazione di batterie per veicoli elettrici e stoccaggio di energia. Nel 2050 questo fabbisogno crescerà a 60 colte più litio e 15 volte più cobalto rispetto ai livelli attuali”.

“Per un Paese come l’Italia, decisamente più povero di materie prime rispetto ai principali competitor – spiega Roberto Morabito, direttore del Dipartimento di Sostenibilità dei sistemi produttivi dell’Enea – è ineludibile puntare sulla circolarità, dall’eco-design dei prodotti al recupero e al riciclo, sfruttando le nostre miniere urbane, che sono la fonte potenziale di materie prime critiche più prontamente accessibile”.

Nel corso della conferenza è stato anche presentato un sondaggio sulle abitudini degli italiani e lo stile dei consumi, realizzato in collaborazione con Ipsos, un’indagine che conferma l’interesse dei nostri connazionali per l’economia circolare. Negli ultimi tre anni, infatti, quasi un italiano su due (il 45% degli intervistati) ha acquistato un prodotto usato e uno su tre un prodotto ricondizionato o rigenerato. Oltre l’80% pensa che sia importante ridurre il packaging. Leasing, noleggio e sharing sono molto utilizzati dalla fascia della popolazione di età compresa tra i 18 e i 30 anni. Più scettici gli under 30 rispetto alle proposte per incentivare un approccio più circolare alle scelte d’acquisto e hanno poco fiducia nella capacità di migliorare la governance del settore.

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