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Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Ue, è a Washington. Nel pomeriggio (sera italiana) è in programma un incontro con il presidente statunitense Joe Biden. Oltre al coordinamento sui dossier internazionali di comune interesse (Ucraina in primis), si prevede che le discussioni verteranno sul principale elemento di frizione tra Stati Uniti e Unione europea: le misure contenute nell’Inflation Reduction Act, il maxi-pacchetto statunitense di sgravi, sussidi e misure di reshoring per galvanizzare l’industria Usa delle tecnologie verdi.

La spinta statunitense sulle tecnologie verdi è un grattacapo per l’Ue fin dalla presentazione dell’Ira lo scorso agosto. Le industrie europee, pur essendo generalmente più avanti in campo greentech, erano (e sono) alle prese con il caro-energia e spaventate dal rischio deindustrializzazione. Dunque hanno visto nelle misure “Made in Usa” un pericolo esistenziale e allertato le istituzioni Ue. Le tensioni si protraggono da allora; ma se da un lato l’attivismo Usa ha accelerato la risposta dell’Ue, che si appresta a varare due nuovi pacchetti-legge per potenziare la propria industria verde, dall’altro la questione greentech rientra in una più ampia, globale.

L’allineamento Ue-Usa si è sviluppato in parallelo al confronto sui sussidi. Washington esorta Bruxelles a sviluppare una strategia di sussidi parallela da novembre. A dicembre l’amministrazione Biden ha aperto alla possibilità di includere le aziende europee nel programma di sussidi Usa. A gennaio, dal palco di Davos, la stessa von der Leyen minimizzava le tensioni tra le due sponde dell’Atlantico e parlava di pareggiare il campo da gioco con la Cina. E a febbraio la segretaria al Tesoro Usa Janet Yellen ha detto che un accordo nel campo delle materie prime sarebbe stata la via giusta per estendere la portata dell’Ira al Vecchio continente.

Questo, essenzialmente, dovrebbe essere il punto della conferenza stampa che seguirà ai colloqui tra Biden e von der Leyen: come già annunciato, una sorta di accordo commerciale per la cooperazione nel settore delle materie prime critiche per le tecnologie verdi. Ciò dovrebbe consentire all’amministrazione Biden di classificarlo come “accordo di libero scambio” alla pari di quelli che gli Usa hanno con Canada e Messico, e dunque estendere i sussidi legati al reshoring anche alle aziende europee. Tradotto: anche certe produzioni di batterie e auto elettriche in Europa, entro certe condizioni, dovrebbe essere coperta dai sussidi statunitensi.

Non è previsto un accordo definitivo per oggi e qualsiasi modifica potrebbe richiedere un ordine esecutivo presidenziale. Ma è probabile che tale accordo sui materiali critici rientri nella cornice dei “gruppi di acquisto democratici” che i funzionari europei e statunitensi stanno creando per rafforzare la loro presa sulle catene di valore. Sia per assicurarsi l’approvvigionamento delle materie prime, sia per limitare lo strapotere cinese lungo tutta la filiera dei materiali critici per il greentech. La Cina, già internamente ricca di minerali, domina raffinazione e manifattura e ha già indicato che potrebbe avvalersi di questa posizione come leva geopolitica (à la Vladimir Putin col gas) e ricattare i Paesi acquirenti sul campo della transizione.

Se tutto va come deve andare, l’accordo rappresenterebbe uno scenario win-win-win: un’importante vittoria per l’industria europea, per gli obiettivi statunitensi di contenimento del rivale strategico, e per il fronte occidentale-democratico in toto. Tutto questo va bilanciato sul lato interno negli Usa, dove i repubblicani (che controllano la Camera) sono cauti nel diluire l’elemento protezionista dell’Ira: il punto delle sovvenzioni, avvertono, è potenziare l’industria statunitense. Ma allargando l’ottica, l’Ue può offrire più allineamento con gli Usa per contenere la minaccia cinese in cambio di concessioni sul settore greentech.

Non è un caso se negli ultimi giorni ci sia stato un giro di vite sul versante cinese: le istituzioni Ue hanno bandito TikTok dai telefoni dei funzionari, la Germania sta studiando come vietare la tecnologia cinese di Huawei e Zte dalle reti telco, l’Olanda si è mossa per imporre controlli sulle esportazioni di apparecchiature per la produzione di microchip, e sulla scia di quella decisione il commissario al commercio Valdis Dombrovskis ha proposto un approccio di export control unificato per le tecnologie sensibili.

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