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La sfida che l’Italia si trova davanti nell’Indo Pacifico è complessa e piena di opportunità, per questo ci sarebbe il bisogno di dotarsi di una strategia ampia, di aumentare la presenza fissa, di scegliere l’allineamento in cui muoversi pur proteggendo eventuali posizioni intermedie.

La presenza italiana

“Il percorso italiano verso l’Indo Pacifico è iniziato da tempo all’interno della Farnesina, anche con attività operative come per esempio l’Asean-Italy Development Partnership Committee, lanciato nel 2021 dopo che l’anno precedente eravamo diventati Development Partner dell’Associazione”, ricorda Tiziano Marino, che si occupa di Indo Pacifico al CeSI.

L’Asean è un’organizzazione politica, economica e culturale di nazioni situate nel sud-est asiatico. La partnership marca una presenza fissa nella regione, gestita anche attraverso il lavoro dell’ambasciatore Benedetto Latteri, feluca di stanza a Giacarta e accreditato anche a Timor Est e presso l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est asiatico (Asean). Qualcosa di simile riguardo alla presenza fissa nell’Indo Pacifico si è sviluppato con il recente viaggio in India del presidente del Consiglio Giorgia Meloni a cui sono seguiti accordi di cooperazione italo-indiana. L’Italia è per esempio entrata nell’Indo Pacific Oceans Initiative con un ruolo di leadership negli scambi accademici e scientifici. Altre forme di partnership sono in corso, come quella con il Giappone ruotante attorno al Global Combat Air Programme, il progetto per costruire il jet del futuro.

La visione ampia

“Queste partnership sono chiaramente ottime forme di presenza e cooperazione all’interno di quella cruciale regione di mondo — spiega Marino a Formiche.net — ma vanno gestite bene. Mi spiego: abbiamo accordi militari con l’India, ma intendiamo anche ‘forgiare una maggiore cooperazione militare con il Pakistan’. E Pakistan e India sono rivali. Siamo legati alla Cina dal memorandum di intesa per la Belt & Road Initiative, ma stiamo approfondendo in nostri legami con il Giappone. E il Giappone ha individuato la Cina nel documento di sicurezza nazionale come principale nemico”.

Secondo l’esperto del CeSI, all’Italia servirebbe una visione ampia, “una grand strategy con cui per esempio individuare il nostro posizionamento all’interno di quella regione; perché la strategia il posizionamento non possono essere troppo legate alle singole partnership; perché c’è il rischio in futuro che tenere una linea mediana potrebbe non esserci più concesso”.

Una nuova strategia di cui dotarci potrebbe permettere di recuperare tempo e ordinare le attività strategiche non vincolandole alle visione dei singoli governi che si susseguono a Palazzo Chigi, ma a un progetto per muovere gli interessi nazionali italiani nell’Indo Pacifico.

La Cina

“Il nostro parziale ritardo è anche dovuto al fatto che abbiamo pensato che la leva commerciale fosse l’unica che dovevamo o potevamo muovere, e abbiamo pensato che lavorare con la Cina fosse l’unica via proficua per impegnarsi nella regione indo-pacifica”, aggiunge Marino.

Qualcosa sta cambiando nell’impegno dell’Italia, e lo dimostra anche l’annunciato prossimo invio di Nave Morosini nell’Indo Pacifico per svolgere esercitazioni sulla sicurezza marittima insieme a Marine alleate.

“Dall’inizio della guerra russa in Ucraina, le relazioni commerciali e politiche con la Cina sono cambiate, ed è cambiata anche la visione dell’Unione europea sulla Cina”, ricorda Marino. “Per questo dobbiamo capire che posizione sta prendendo l’Europa e muoverci di conseguenza. A me il clima pare abbastanza chiaro: stiamo via via sganciando le connessioni con Pechino”.

Dunque l’Italia deve inserirsi in queste dinamiche, e muoversi con consapevolezza. Disaccoppiarsi rapidamente dalla Cina non è possibile, occorre avviare quello che viene definito selective decoupling, sganciandosi via via selettivamente per creare meno shock economico-industriali e commerciali, tanto quanto politici. “Mi sembra che il governo dalle prime mosse abbia in parte preso questa strada — aggiunge Marino — poi è chiaro che la Cina rimane un partner commerciale, ma va inserito all’interno del contesto strategico”.

Il trilaterale 

La triangolazione Italia-India-Giappone, così come la possibilità di inserirsi nel cosiddetto asse Indo-Abramitico sono per esempio gli spazi di manovra su cui Roma dovrebbe orientarsi? “India e Giappone sono un moltiplicatore di forza per l’Italia, ed è sicuramente quella la strada da percorrere. Va detto prima di tutto che però serve tempo, perché siamo effettivamente un po’ in ritardo e vanno tarate attività e relazioni”, risponde Marino.

Anche che tenere un atteggiamento intermedio, insieme a Francia e Germania, evitando scatti in avanti e cercando soluzioni costruttive, può servire. “È un valore dal punto di vista politico: il ruolo di dialogo permette in sostanza all’Europa di avere spazi aperti per intermediazioni in momenti di eventuale scontro”.

La "grand strategy" per l'Italia nell'Indo Pacifico. L'idea di Marino

Rapporti con i Paesi Asean, adesione all’Indo Pacific Oceans Initiative, progetto Gcap con il Giappone, selective decoupling dalla Cina: per l’esperto del CeSI, l’Italia ha la possibilità di strutturare nell’Indo Pacifico una presenza fissa, ma avrà bisogno di una strategia ampia

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