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Ciclicamente torna d’attualità il tema dei cosiddetti corpi intermedi e spesso qualcuno li ha definiti demodè, inutili, addirittura dannosi, arrivando anche a preconizzare il tramonto dell’associazionismo d’impresa. La realtà sta dimostrando che i valori dello “stare insieme”, del “fare squadra”, del “fare rete” prevalgono sui rischi di disgregazione e isolamento e possono costituire le fondamenta sulle quali ricostruire un percorso di sviluppo.

Senza comunità di intenti e condivisione di obiettivi si finisce presto nell’individualismo egoistico che non fa crescere l’economia e la società. Del resto, che Italia sarebbe senza associazioni di rappresentanza degli interessi diffusi? Non esisterebbe quella rete di relazioni, solidarietà, stimoli, mutualismo, emulazione, spinta a migliorare che caratterizza il nostro sistema imprenditoriale.

Non esisterebbero risposte rapide e concrete ai bisogni degli imprenditori: penso, ad esempio, a un’organizzazione come Confartigianato, ai consorzi fidi per l’accesso al credito, agli enti bilaterali per la gestione del mercato del lavoro e del welfare, al modello della contrattazione sindacale e degli ammortizzatori sociali, ai consorzi per l’export e per ottimizzare l’acquisto di energia, alle iniziative per promuovere l’innovazione e la digitalizzazione. Non esisterebbe la preziosa “cinghia di trasmissione” tra le aspettative degli imprenditori e le istituzioni.

Quella dei corpi intermedi è una funzione essenziale che trasforma le tensioni in una spinta propositiva, fa leva su senso di responsabilità e coscienza civica per esercitare i propri diritti in un confronto democratico con l’obiettivo di trovare risposte efficaci, evitando sterili contrapposizioni e derive di piazza.

Siamo in una fase molto difficile. Prima la pandemia, ora la guerra nel cuore dell’Europa, con i suoi gravi effetti sulla nostra economia. È proprio ora che l’associazionismo deve assumere responsabilità ancora più fondamentali per offrire alle aziende il sostegno – eccezionale e concreto – indispensabile per resistere a tempi così critici. Le associazioni devono essere oggi più che mai dinamiche e reattive per accompagnare gli imprenditori nell’utilizzo delle nuove tecnologie, sostenerli nel cogliere le opportunità della rivoluzione digitale e delle aggregazioni in Rete, affiancarli nel posizionamento su nuovi mercati per portare nel mondo l’eccellenza manifatturiera.

Abbiamo il compito di trasmettere loro forza e fiducia, affinché possano continuare a costruire il futuro del Made in Italy, a esprimere i valori del lavoro artigiano, il saper fare ad arte, la qualità, la creatività che mantengono il buon nome delle nostre produzioni nel mondo. Ma deve cambiare anche l’atteggiamento di chi guida il Paese. Cambiare significa guardare la nostra realtà produttiva, di cui le piccole imprese sono la stragrande maggioranza, e agire di conseguenza.

In Italia, purtroppo, nonostante le buone intenzioni, il rischio di complicare la vita agli imprenditori e di caricarli di nuovi costi è sempre dietro l’angolo. C’è ancora molto da fare. Le imprese hanno bisogno di uno Stato che dia loro fiducia e che investa sui migliori talenti. Serve un’Italia a misura dei quattro milioni di artigiani e di micro e piccole imprese che contribuiscono a fare del nostro Paese la seconda manifattura d’Europa dopo la Germania e che si battono per restare competitivi.

Corpi intermedi per un'Italia su misura. La versione di Granelli (Confartigianato)

Di Marco Granelli

Che Italia sarebbe senza associazioni di rappresentanza degli interessi diffusi? Quella dei corpi intermedi è una funzione essenziale che trasforma le tensioni in una spinta propositiva, fa leva su senso di responsabilità e coscienza civica per esercitare i propri diritti in un confronto democratico con l’obiettivo di trovare risposte efficaci, evitando sterili contrapposizioni e derive di piazza. L’intervento di Marco Granelli (Confartigianato)

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