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Sul fronte dell’integrazione dell’intelligenza artificiale (IA) nelle imprese italiane sono stati diffusi nelle scorse settimane tre dati interessanti che meritano una lettura comune. In primis, il raddoppio in un solo anno, tra il 2024 e il 2025, delle aziende che adottano almeno una tecnologia IA. Si è poi completata una raccolta di 70 milioni di euro di Generative Bionics, spinoff dell’Istituto Italiano di Tecnologia, appena in tempo per essere presentata sul palco principale del Ces di Las Vegas, la massima fiera mondiale dell’elettronica di consumo. Infine, nei giorni scorsi la pubblicazione di un’analisi di Cdp, peraltro un investitore di Generative Bionics con il suo Fondo sull’intelligenza artificiale, certifica il ruolo dell’Italia nella robotica ma, insieme alle opportunità, anche le minacce competitive derivanti dal boom dell’IA fisica, celebrata in pompa magna proprio nella città delle luci e di cui aspirerebbe a diventare protagonista l’azienda nata da una costola dell’IIT e che tuttavia sicuramente vede Cina e Usa al momento decisamente più avanti dell’Europa.

Come mostrano proprio i dati sulla robotica elaborati da Cdp nel suo interessante brief, c’è un evidente correlazione positiva tra adozione e produzione così come, più a monte, con la fase di ricerca e sviluppo delle tecnologie. L’Italia è infatti contemporaneamente il secondo mercato europeo per numero di installazioni di robot industriali, il secondo per produzione e il terzo per numero di brevetti registrati tra il 2013 e il 2022. Quest’ultimo dato è impreziosito da un mix tra aziende (grandi e startup su tutte), università ed enti di ricerca che raramente si può constatare in Italia per altri comparti tecnologici ma anche dal primato Ue per pubblicazioni scientifiche (quarti al mondo dopo Cina, Stati Uniti e a meno di una lunghezza dal Regno Unito, davanti addirittura alla Germania). Come già accennato, lo studio Cdp vede da un lato un forte sviluppo del mercato, che vale già oggi circa 78 miliardi di dollari in termini di scambi annuali, spinto soprattutto dall’IA fisica, dall’altro la concorrenza sempre più agguerrita soprattutto da parte di Cina e Usa (ma non si devono sottovalutare anche gli altri Paesi asiatici e non solo). Ed è qui che entrano in gioco gli altri dati.

Eurostat (e Istat per l’Italia) ha infatti certificato che nel 2025 le aziende che hanno utilizzato almeno una tecnologia IA nel nostro Paese sono state il 16,4% del totale, contro l’8,2% dell’anno precedente. Il tasso di adozione continua ad essere inferiore alla media Ue, pari al 19,9% nel 2025 contro il 13,5% dell’anno precedente, ma si riduce in maniera significativa il distacco (da 5,3 punti percentuali a 3,5). Questo consente all’Italia di scalare posizioni in classifica, passando in un anno dal ventiduesimo al diciottesimo posto. Un risultato incoraggiante anche se c’è ancora molta strada per ridurre il gap non solo con la media Ue ma, con la giusta ambizione che dovrebbe guidarci, con i Paesi più avanzati, a partire dal trio di testa che comprende Danimarca, Finlandia e Svezia e che presenta percentuali che già veleggiano oltre il 35%. Da sottolineare nella performance italiana il fatto che non sia solo il boom dell’IA generativa a spiegare il cambio di passo tra 2024 e 2025. Secondo l’approfondimento di Istat, solo l’1,7% delle aziende utilizzano esclusivamente l’IA generativa contro il 6,7% di imprese che adottano soltanto IA non generativa e l’8,0% che usano entrambe. Un segnale di buon livello di sofisticazione che non può che essere incoraggiante.

Guardando al lato meno positivo della medaglia, il principale elemento critico che proviene dai dati relativi al 2025 è l’aumentato distacco tra grandi imprese e Pmi, ampliatosi da circa 20 punti percentuali nel 2023, a 25 nel 2024 e addirittura a 37 nel 2025. Conseguenza del decollo nell’adozione dell’IA nelle grandi imprese italiane (che ha superato la soglia del 50%). Ad aggiungere preoccupazioni, anche rispetto agli scenari della robotica, in particolare di quella industriale che ad oggi rappresenta circa il 60% del mercato, il dato sul settore manifatturiero, che continua ad evidenziare un tasso complessivo di adozione inferiore rispetto alla media (pari al 14,7%).

Osservando insieme questi dati e tenendoli insieme con il promettente round portato a casa da Generative Bionics (che si aggiunge a tanti altri soggetti operanti a livello nazionale nel settore, che conta su 650 imprese specializzate con 12 mila addetti), appare evidente il suggerimento di policy al fine di privilegiare la robotica, nei suoi diversi usi, come un ambito prioritario di applicazione dell’IA. Individuando nell’IA fisica un perfetto compendio delle capacità del fare del made in Italy e dell’innovazione espressa da uno dei settori a maggiore crescita nei prossimi anni. Secondo alcune recenti stime, il mercato dei robot umanoidi, come quelli prodotti da Generative Bionics, dovrebbe superare i 200 miliardi di dollari entro il 2035 e sorpassare i 5 trilioni di dollari nel 2050 (circa il doppio del Pil italiano di oggi). Questo significa, tuttavia, condurre sforzi convergenti per aiutare le imprese della robotica a integrare sempre di più l’IA nei propri prodotti e parallelamente aumentare il tasso di adozione di quest’ultima nei settori a valle, specie in quelli di elezione dell’IA fisica e dei robot umanoidi (in primis, manifattura, logistica e salute). Dunque, lavorando soprattutto sulle competenze, oltre a una politica di incentivi mirati per favorire un mercato domestico fiorente e innovativo (e a monte un sistema di ricerca e innovazione di eccellenza e con un trasferimento tecnologico più efficiente dell’attuale). Naturalmente, tutto questo andrebbe visto il più possibile su una scala europea, paragonabile a quella di Usa e Cina. Ma intanto sarebbe bene cominciare a fare bene i compiti a casa.

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