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Nei giorni scorsi il ministro delle riforme istituzionale, Elisabetta Alberti Casellati, ha esplicitato le sue linee di azione in vista della possibile riforma istituzionale, evidenziando che entro il mese di gennaio avrebbe concluso incontri con i rappresentanti dei partiti ed entro la metà dell’anno si potrebbe giungere ad un testo di riforma, che riguardi il possibile semipresidenzialismo o quant’altro.

Il partito repubblicano italiano è uno dei pochi partiti politici sopravvissuti ad aver firmato la Costituzione antifascista del 1948 di cui il capo dello Stato ha ricordato il 75esimo anniversario l’anniversario nell’anno entrante. Firmò la Carta costituzionale con una personalità di maggior rilievo del Pri alla vicepresidenza dell’Assemblea, Giovanni Conti. Gli altri partiti firmatari, esclusi i socialisti che sono comunque in via di ricostituzione ed i liberali, che sono contesi, non esistono più. Dal 1994 sono dissolti i principali partiti che influenzarono numericamente l’Assemblea, la Democrazia Cristiana ed il Partito comunista.

Si può considerare inevitabile che una volta dissolti i principali partiti dell’arco costituzionale i partiti subentranti sentissero il bisogno di modificare, come è perfettamente costituzionale fra l’altro, la Carta fondamentale, anche solo per aggiornarla, come si dice comunemente. A parte la modifica rocambolesca avvenuta dell’articolo ’68 del 1992, abbiamo assistito ad un continuo adeguamento negli anni successivi, surrettizio o meno che fosse, della Carta. Nel 2000 il centrosinistra, da cui il partito repubblicano si distaccò proprio in quella occasione, a fine legislatura e senza più essere maggioranza nei voti del Paese, modificò l’intero Titolo quinto della Costituzione aprendo così un contenzioso legislativo infinito fra Stato e Regioni e tanti problemi che sono ancora oggi sul tappeto.

Già nel ’97, fra l’altro, il ministro Berlinguer, sostenuto dai vescovi, che si ritenevano, ovviamente, i depositari dello spirito autentico della Carta, aveva concesso i fondi alle scuole paritarie. Poi una volta bocciata nel referendum la proposta di riforma del centrodestra, che comunque aveva introdotto sulla scheda elettorale una specie di elezione diretta del presidente del Consiglio, con il nome “Berlusconi presidente” nel 2001, nuovamente il centrosinistra cancellava le norme “Transitorie o finali” relative ai discendenti di casa Savoia. Infine, dopo l’aver cercato invano di cancellare il bicameralismo perfetto e di modificare la forma di governo, si è intervenuti nella parte seconda della Costituzione (con una doppia bocciatura, per il centrodestra e per il centrosinistra, nei referendum popolari), verso il termine della scorsa legislatura è stato ridotto il numero dei parlamentari. Di fatto la vecchia Costituzione antifascista è cambiata parecchio, possono valutare gli italiani se in meglio, o in peggio.

È chiaro però che secondo la costituzione vigente, vige una forma di governo parlamentare e si riserva al Capo dello Stato. Appena varata la Costituzione il partito repubblicano con un suo esponente del valore di Randolfo Pacciardi voleva modificarne la forma in favore del presidenzialismo statunitense. Il primo presidenzialista dichiarato della storia repubblicana in Italia è stato Pacciardi e certo non si può accusarlo di autoritarismo. Pacciardi era preoccupato di tutti i contrappesi. E’ chiaro però che la costituzione vigente è puramente parlamentare e riserva al Capo dello Stato una funzione di garanzia dell’unità nazionale, che come abbiamo visto in momenti molto difficili della nostra storia, si è dimostrata estremamente utile per evitare divisioni laceranti. Crediamo che Mattarella sia un esempio fra i migliori di cui disponiamo. Ciò non significa che una forza politica non possa proporre una riformulazione radicale della Costituzione, tale da investire lo stesso ordinamento politico e sostenere anche oggi un’istanza presidenziale. Si tratterebbe però di revisionare sostanzialmente larga parte della seconda parte della Costituzione vigente.

A questo proposito non solleviamo nessuna particolare obiezione nel merito, riteniamo invece necessario fissare una pregiudiziale sul metodo. Non vorremmo quindi che qualcuno pensasse di cambiare una costituzione scritta da un’Assemblea nazionale, attraverso l’istituzione di una qualche commissione parlamentare. In questo caso il Pri sarebbe contrario a qualunque proposta di riforma. Come garanti storici e politici della forma costituzionale originaria riteniamo si debba procedere con lo stesso metodo scelto nel 1948, ovvero indicendo un’Assemblea costituente eletta attraverso un suffragio universale ed una rappresentanza puramente proporzionale.

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