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Venerdì, al vertice Euromediterraneo di Alicante, si sono riuniti i Paesi nel formato Med-9 (Cipro, Croazia, Francia, Grecia, Italia, Malta, Portogallo, Slovenia, Spagna) più la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Sul tavolo una serie di dossier che accomuna gli Stati che affacciano sul Mare nostrum, tra cui quello della crisi energetica – su cui i Paesi Med-9 fanno fronte comune in Europa – e quello collegato delle ripercussioni della guerra russa in Ucraina.

Spagna e Francia, però, non hanno aspettato il summit per lavorare (e presentare i risultati della collaborazione) nel campo dell’energia. Un tema che ha diviso i due Paesi per anni, con Madrid che spingeva per completare un gasdotto attraverso i Pirenei per pompare metano verso l’Europa centrale (cosa che non può quasi fare con l’infrastruttura attuale) e Parigi che si opponeva per non erodere la propria posizione di fornitore energetico. L’impasse sembrava essersi sbloccato a ottobre, quando i due Paesi hanno cestinato il progetto MidCat in favore di BarMar, un gasdotto sottomarino che avrebbe collegato Barcellona a Marsiglia. Ma la nuova soluzione verte sul gas del futuro.

Ad Alicante i due Paesi hanno annunciato che costruiranno il gasdotto – al prezzo di 2,5 miliardi di euro. La differenza rispetto a BarMar: trasporterà solamente idrogeno e non metano, e appunto per questo si chiamerà H2Med. Fermo restando che una condotta in grado di trasportare idrogeno più quasi certamente prestarsi al trasporto di gas naturale (la cui molecola è più grande), gli obiettivi del nuovo progetto sono due: creare un’infrastruttura utile per l’adozione dell’idrogeno, nell’ottica della transizione ecologica, e sfruttare i finanziamenti europei, che non sono previsti per progetti basati sui combustibili fossili.

L’annuncio è stato fatto dal primo ministro spagnolo Pedro Sánchez e dal presidente francese Emmanuel Macron, fiancheggiati dal premier portoghese António Costa. Sia Spagna che Portogallo hanno forti potenzialità in termini di generazione di energia rinnovabile, necessaria per la produzione di idrogeno a basse emissioni (verde). Anche Von der Leyen ha benedetto l’idrogenodotto. I tre Paesi richiederanno i fondi europei per i progetti di interesse comune (Ipcei), che possono coprire fino al 50% delle spese; la decisione è prevista per l’inizio del prossimo anno.

Tutto sembra allineato affinché l’idrogenodotto, che secondo i tre governi potrà trasportare il 10% del consumo di idrogeno previsto in Europa entro il 2030, diventi realtà. Ma rimangono dubbi di natura logistica, relativi a un settore ancora emergente. Si può solo speculare riguardo alla domanda a lungo termine di idrogeno verde (che dovrebbe sostituire gli idrocarburi nei settori hard to abate, o difficilmente decarbonizzabili) e serve uno studio caso per caso per capire se convenga trasportarlo su lunghe distanze anziché produrlo vicino a dove è necessario.

Quello che è certo è che un gasdotto rimane il sistema migliore per trasportare l’idrogeno: liquefarlo (a temperature prossime allo zero assoluto, o -273°C) o convertirlo in ammoniaca comporta una perdita di efficienza notevole e una densità energetica scarsa. Poter contare su un approvvigionamento stabile di idrogeno aiuterebbe anche a far partire il circolo virtuoso di domanda e offerta in Ue. Ma come ha rimarcato Ana Maria Jaller-Makarewicz, analista dell’Istituto per l’economia energetica e l’analisi finanziaria, sul Financial Times, rimangono “incertezze significative circa lo scopo del progetto, la domanda, la tecnologia, i costi, il finanziamento e la necessità complessiva”.

Gasdotto

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