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A ottobre l’amministrazione statunitense ha dato un giro di vite alle esportazioni verso la Cina. Nel mirino di Joe Biden i prodotti che abilitano il supercalcolo e l’intelligenza artificiale, quelli che faranno la differenza anche e soprattutto in campo militare. Già da anni Pechino non ha accesso alle macchine fabbrica-chip avanzati, grazie all’azione concertata di Usa e alleati; anche le ultime restrizioni aggiunte alla lista (in perenne espansione) comprendono software e strumenti per progettare i semiconduttori.

Oltre a modernizzare l’apparato militare cinese, questi microchip sostengono e potenziano il sistema di sorveglianza e repressione sistematica del partito-Stato. Come sottolinea il Center for a New American Security, i “cervelli” elettronici consentono a Pechino di “elaborare le enormi quantità di dati personali provenienti da una serie di input – tra cui tracker telefonici, marcatori biometrici, registrazioni di viaggi e commercio elettronico – per monitorare e tracciare obiettivi di minoranze o dissidenti in tutto il Paese.

LA SPINTA STATUNITENSE

Lo scopo delle restrizioni, dunque, è duplice: inibire lo sviluppo militare del rivale strategico e limitare le sue capacità tecno-autocratiche. Anche se danneggia le principali aziende occidentali del settore, incluse quelle Usa. E per farlo serve la collaborazione degli alleati, Giappone e Paesi Bassi in testa. I due Paesi sono patria di alcune aziende cruciali – come le giapponesi Tokyo Electron e Nikon, o le olandesi Asml e Asmi – che assieme alle controparti statunitensi rappresentano un efficace punto di strozzatura per le catene di produzione globali dei semiconduttori più avanzati.

Perciò Washington continua a fare pressioni su Tokyo e Amsterdam per assicurarsi che il muro di export control e sanzioni regga, spingendo per un’alleanza trilaterale. In linea teorica, i partner sono allineati – entrambi hanno risposto al rapporto dell’Alto Rappresentante per i diritti umani delle Nazioni Unite denunciando le tecniche repressive cinesi, tra cui le la “sorveglianza diffusa in corso” nello Xinjiang, il “deterioramento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali a Hong Kong” e “la situazione dei diritti umani in Tibet”. Ma dal punto di vista commerciale entrambi temono la perdita totale del mercato cinese.

L’ALTERNATIVA OPEN SOURCE

Dal canto suo, Pechino non se ne sta con le mani in mano: il governo ha già radunato i giganti tecnologici locali, come Alibaba e Tencent, e – scrive il Financial Times – ha creato un consorzio di aziende e istituti di ricerca, il Beijing Open Source Chip Research Institute. Obiettivo: creare nuova proprietà intellettuale nel settore dei semiconduttori e ridurre la propria dipendenza da Arm (chipmaker britannico) e Intel (chipmaker statunitense), le cui architetture di progettazione sono alla base della maggior parte dei semiconduttori in produzione.

Per farlo, ironicamente, la Cina scommette su un’architettura di progettazione di chip pubblica, creata nel 2010 dall’Università della California. La piattaforma si chiama Risc-V (e si pronuncia “Risc-five”). Il codice è open source: può essere prodotto, consultato, utilizzato e migliorato da chiunque. Negli ultimi anni Risc-V è emersa come valida alternativa alle soluzioni private di Arm e Intel, diventando la scelta di centinaia di aziende ( e suscitando la curiosità di titani come Apple). Soprattutto, l’organo che ne segue lo sviluppo è geopoliticamente neutro: l’architettura ha preso piede all’infuori degli States, così la Risc-V Foundation ha trasferito la sua sede in Svizzera nel 2019.

Diversi dirigenti del settore hanno parlato delle potenzialità di Risc-V e dell’utilità di irrobustire l’alternativa ad Arm e Intel. Soprattutto, scrive FT, l’architettura “ha iniziato a farsi strada anche in alcuni mercati per i chip […] che possono abilitare l’‘intelligenza’, tra cui i processori per i server dei centri dati e i chip per l’intelligenza artificiale”. Resta il fatto che la piattaforma open source non sia ancora abbastanza sofisticata per essere utilizzata per funzioni ad alte prestazioni. Ma il dilemma rimane: man mano che le aziende investono nello sviluppo di Risc-V, rischiano (alla lunga) di diminuire l’efficacia dell’export control occidentale e aumentare la potenza di calcolo del regime cinese.

Chip Risc-V

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