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Punto di partenza chiaro, lo stato di crisi del sistema politico caratterizzato, a partire dalla rivoluzione giudiziaria di “mani pulite”,da giustizialismo, antipolitica, populismo, polarizzazione destra/sinistra volta solo a mettere insieme dei diversi una volta definito un nemico. In quest’ottica è interessante la sollecitazione dell’articolo “Oltre lo scontro. L’Italia e quel bisogno di unione che può salvarla” di Raffaele Bonanni per cui “il dibattito pubblico resta inchiodato a una perenne campagna elettorale fatta di accuse reciproche, rumorose quanto sterili. Una rappresentazione che non sfiora nemmeno i dossier più urgenti, quelli che da anni attendono risposte e che, nel frattempo, stanno ipotecando il futuro del Paese”.

Lasciando in sospeso le questioni intrecciate del tecno-capitalismo, per cui sarebbe consigliabile leggere il libro di fra’ Paolo Benanti “La nuova logica del dominio: potere computazionale, democrazia e condizione umana” e della geopolitica, che, comunque, è e sarà sempre di più fondamentale per tornare ad occuparsi della complessità, che porterebbe a considerare gli errori e le responsabilità della polarizzazione e dei cambi di postura europea ed internazionale, Bonanni parla giustamente della vera emergenza democratica: “in Italia si governa quasi sempre per emergenze, spesso gestite meglio da esecutivi tecnici che da quelli politici, proprio perché il bipolarismo forzato svuota la partecipazione, allontana gli elettori e rende fragile ogni decisione strutturale”.

La logica conseguenza sta nel restituire agli elettori potere di scelta, nel ripristino della centralità del Parlamento e di tutte le assemblee elettive conseguentemente, nella spersonalizzazione delle forze politiche e riconsiderazione, quindi, del finanziamento ad esse, insomma nel ridefinire il modello politico che serve per ridefinire il modello paese e la relazione stessa con territori, comunità, corpi intermedi/autonomie locali, cittadino. Da dove ripartire per ricostruire a monte la rappresentanza che è la questione che può permettere di riprendere a valle una diffusa partecipazione? La risposta sta certo in una legge elettorale che ridia fiato all’impostazione costituzionale, senza sbarramenti che cerchino di rimaneggiare la volontà degli elettori e con la fatica di trovare nelle Camere, non prima in agglomerati elettorali artefatti, un coagulo programmatico capace di avere la maggioranza reale della rappresentanza pro tempore nelle aule, ma, forse, serve qualcosa di più visto questo trentennio fallimentare: non sarebbe opportuno inserire finalmente il principio proporzionale, miglior tutela per una buona manutenzione della nostra democrazia, in Costituzione seguendo l’esempio tedesco?

A tali considerazioni sembra opportuno collegare due uscite importanti di questi giorni che indicano la ripresa di un dibattito vero di fronte ad un disagio democratico evidente: la prima è l’editoriale di Giorgio Vittadini su Avvenire del 7 aprile dal titolo che è già un pezzo rilevante di un programma, “Dal Parlamento la governabilità”. Di fronte ad una sorta di “contrapposizione morale tra buoni e cattivi” a cui il confronto politico è ridotto inchiodandosi e involvendosi, il Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà fa memoria proprio di ciò che è urgente riscoprire dopo le ubriacature del passato con la stigmatizzazione dell’arte politica necessaria del compromesso, “… l’attenzione si è spesso spostata su temi etici o identitari, importanti ma minoritari rispetto alle priorità quotidiane dei cittadini e si è progressivamente indebolito il legame tra elettori ed eletti, attraverso sistemi che favoriscono la selezione dall’alto dei candidati, senza un reale coinvolgimento della base, per questo motivo, la vera ripresa della politica non può passare da un’ulteriore rafforzamento dell’esecutivo. Deve andare nella direzione opposta: rilanciare il Parlamento, restituire il loro ruolo ai partiti, valorizzare i corpi intermedi. In altre parole, ricostruire una logica di sussidiarietà, in cui soggetti diversi – pur partendo da posizioni differenti – collaborano per offrire soluzioni concrete”.

La seconda uscita è quella del Portavoce del Terzo Settore, Giancarlo Moretti e riguarda una logica conseguenza di una democrazia integrale, occupandosi della sua qualità e del suo senso, a partire dalle radici stesse, ossia la Pace perché ha a che fare con la sintonia tra politica e popolo, rappresentanza e sussidiarietà: sul Corriere della Sera  ha scritto, infatti, parlando delle guerre in corso, del divieto alle celebrazioni cristiane a Gerusalemme, dell’allarme per la terza guerra mondiale a pezzi lanciato da papa Francesco e ripreso da Papa Leone XIV, “tacere davanti a tutto questo non è possibile e il Forum Terzo Settore ha deciso di non farlo, anche con il suo documento “Si vince solo con la pace  e il diritto”. Ci appelliamo all’Europa e al Governo italiano affinché la “globalizzazione dell’indifferenza non diventi anche globalizzazione dell’impotenza”. Cosa c’è di più devastante, per la politica, dell’impotenza? In conclusione aggiunge un secondo pezzo, che arriva da quel terzo settore che contribuisce a tenere in piedi il paese e che dovrà ripensare la sua stessa rappresentanza, di un vero programma di rilancio dell’Italia: “Il Terzo Settore crede e opera per una pace intesa non solo come assenza di conflitto ma come giustizia sociale e condizione necessaria per migliorare la vita delle persone. È presidio di umanità e democrazia, sia dove ci sono le crisi umanitarie sia nel nostro Paese e sta chiedendo alla politica di non voltare le spalle al bisogno di solidarietà”.

Urge tornare alla politica per rianimare la democrazia e questo lo si fa rimettendo in campo pensieri con radici, capaci di presenza, elaborazione, confronto e pure sana disputa: puntare ad un “rassemblement largo capace di unire cattolici, liberali e socialisti attorno ad un progetto di riforma autentico” come propone Bonanni non è possibile finché non si tira una riga e si comprende il fallimento di un’epoca riassumibile in una battuta che ascoltai anni or sono a Torino da Paolo Cirino Pomicino in risposta alla considerazione fatta da una giornalista a lui e a Guido Bodrato di essere due dinosauri della “Prima Repubblica”: “È vero che lo siamo, ma va ricordato che dopo l’epoca dei dinosauri venne quella dei moscerini”. Per la parte dei cattolici una difficile sfida che passa dal chiedere al PPE riallineamento al popolarismo che ridà voce forte a chi mette laicamente a terra la Dottrina Sociale della Chiesa, che ha la pace al cuore come indicato da Papa Leone XIV e in testa l’avversione per i tiranni.

 

Oltre l’assemblearismo. La sfida di ridare voce al popolarismo

Di Giancarlo Chiapello

Urge tornare alla politica per rianimare la democrazia e questo lo si fa rimettendo in campo pensieri con radici, capaci di presenza, elaborazione, confronto e pure sana disputa. L’intervento di Giancarlo Chiapello che prende spunto da una riflessione di Raffaele Bonanni

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