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Le campagne elettorali per le politiche del 2018 e le europee sono state contraddistinte da un accesso dibattito sull’Unione europea e la moneta unica, con Movimento 5 Stelle e Lega su posizioni dichiaratamente scettiche, se non addirittura revisioniste. Lo scenario oggi è mutato. Ne parliamo con Nicoletta Pirozzi, che dirige il programma Unione europea presso l’Istituto Affari Internazionali di Roma.

Che cos’è cambiato?

Sono intervenuti due elementi, due cigni neri, che non avevamo preventivato: la pandemia e la guerra in ucraina. Questi hanno consolidato alcune tendenze ma anche spostato certe posizioni.

In che modo?

Con la pandemia abbiamo visto in Italia quanto può significare fare parte dell’Unione europea e dell’eurozona. Dal Next Generation EU in poi è cambiata la percezione nell’opinione pubblica e la narrativa nelle forze politiche. Si è capito che l’Unione europea può adottare politiche di solidarietà per intervenire al fianco di Stati che ne hanno più bisogno. Non dimentichiamo che l’Italia è il primo Stato beneficiario del fondo. Questa dinamica è stata accelerata poi dalla guerra alle porte dell’Europa.

Come si è tradotto questo nelle forze politiche?

Forze euroscettiche come il Movimento 5 Stelle, Fratelli d’Italia e in parte la Lega hanno cambiato i toni assumendo, di fatto, un atteggiamento più aperto nei confronti dell’Europa e di Bruxelles. Una novità da testare, certo. Ma è un dato abbastanza rivelante. Siamo davanti a un europeismo di necessità più che di convinzione.

Archiviato, almeno negli slogan elettorali, l’euroscetticismo, si parla dell’Ungheria di Viktor Orbán come elemento di divisione all’interno dell’Unione europea e di preoccupazione, anche alla luce delle penetrazioni russe e cinesi, per l’amministrazione Biden. Che cosa pensate del recente voto di Fratelli d’Italia a sostegno di Budapest al Parlamento europeo sui temi della democrazia e dello stato di diritto?

Credo che Fratelli d’Italia non potesse fare altrimenti: quella è sempre stata la linea del partito, tenuta nelle istituzioni a Bruxelles con gli altri membri dell’Ecfr. Inoltre, rimane una certa affinità ideologica con il partito di Orbán, Fidesz, e quello che ha rappresentato in Europa. Per questo, il voto non mi ha stupito più di tanto nonostante l’evoluzione di Giorgia Meloni in chiave più istituzionale, rassicurante e dialogante con l’Europa.

E la Lega, invece?

Mi sembra il partito che si è evoluto meno da questo punto di vista. Pensiamo alla scelta in campagna elettorale di sorpassare Meloni da destra con una narrativa populista e estremista su alcuni temi, mantenendo posizioni ambigue su questioni su cui la leader di Fratelli d’Italia è stata molto ferma, dall’Ucraina ai rapporti con la Russia e la scelta atlantica. Credo la Lega stia pagando questa mossa a livello di consensi, come hanno dimostrato gli ultimi sondaggi prima del “buio”. È una zona grigia che si definirà dopo il voto.

Anche alla luce del voto a Strasburgo, come vede il rapporto tra un eventuale governo a guida Meloni e l’amministrazione Biden?

Il rapporto con l’amministrazione Biden potrebbe non essere facilissimo. Meloni ha molto investito nella sponda atlantica ma in particolare nelle frange più conservatrici del Partito repubblicano, quelle trumpiane per semplificare. Ha senz’altro dei legami con gli Stati Uniti che possono rassicurare, almeno da parte di Fratelli d’Italia, l’amministrazione statunitense su una linea più intransigente verso Mosca e sul sostegno fermo alla posizione occidentale sulla guerra in Ucraina. Per questo, lei presidente del Consiglio sarebbe più rassicurante di Matteo Salvini ma anche di Silvio Berlusconi. Con l’amministrazione Biden, però, c’è un solco ideologico evidente. Per questo, andranno costruiti legami e chiarita la posizione del governo in Europa. In ogni caso, Meloni sembra ben cosciente del costo politico di scelte fuori dai pilastri euroatlantici dell’Italia.

Dove guarda Meloni, agli Usa, all'Europa o a Orbán? Parla Pirozzi (Iai)

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