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Riscrivere, un poco alla volta, la politica economica estera che porta il nome di Donald Trump, versante Cina. Non è certo la prima volta che la Casa Bianca lancia chiari segnali di discontinuità verso la stagione dei dazi e delle barriere alle merci cinesi in entrata negli Usa (e viceversa), apertasi con l’arrivo a Washington del magnate diventato presidente. Ma ora l’amministrazione democratica fa un vero passo in avanti. Mettendo direttamente faccia a faccia due figure chiave della prima e seconda economia mondiale: Janet Yellen, segretario al Tesoro e Liu He, numero tre del governo di Xi Jinping.

Obiettivo, guardarsi negli occhi e ammettere che l’inflazione è un gran problema (negli Usa è solidamente oltre l’8%, ai massimi da quattro decenni, nonostante il fuoco della Fed sui tassi) e che forse è arrivato il momento di fluidificare gli scambi commerciali, dopo due anni di pandemia e con una guerra in corso. La Cina avrebbe di che guadagnarci, la strategia zero-Covid e il lockdown di porti e città hanno praticamente paralizzato l’economia.

E pensare che Trump ci aveva costruito sopra un buon pezzo di politica economica. Dazio dopo dazio, merci e materie prime cinesi importate avevano finito con il costare molto di più di quanto il mercato indicasse. E lo stesso valeva per i flussi statunitensi verso il Dragone. Una guerra commerciale in piena regola, dettata dallo strapotere della Cina lungo il filo della globalizzazione. Poi sono arrivate le strozzature sulle catene di approvvigionamento e l’invasione dell’Ucraina: l’America, dal punto di vista energetico, è autosufficiente (petrolio e gas non mancano), ma il contagio dei rialzi ha comunque varcato l’Atlantico.

Senza considerare che i cittadini americani hanno ricominciato a comprare, mentre l’occupazione galoppava, aumentando la domanda e spingendo i prezzi. Dando insomma vita a quella spirale salari-prezzi tanto temuta in Europa ma ben lontana, per ora, dall’avverarsi nel Vecchio Continente visto che da queste parti il problema inflazione è legato alla dipendenza energetica dalla Russia. Per tutti questi motivi, l’inflazione negli Stati Uniti è esplosa.

Di qui la necessità di una progressiva revisione della politica dei dazi, e il colloquio tra il cinese He con Yellen, “su richiesta di quest’ultima” ha riferito l’agenzia Xinhua. I due hanno discusso di temi “quali la situazione macroeconomica e la stabilità delle catene industriali e di approvvigionamento globali”. Il dialogo, sempre secondo le indiscrezioni, è stato definito “costruttivo” e orientato a rimuovere “a breve” alcuni dazi decisi dalla presidenza Trump sull’import di beni cinesi.

“Le due parti concordano sul fatto che, poiché l’economia mondiale sta affrontando gravi sfide, è di grande importanza rafforzare la comunicazione e il coordinamento delle politiche macro tra Cina e Stati Uniti”, ha riferito sempre Xinhua. Lo stesso segretario Yellen ha sollevato preoccupazioni, tra cui l’impatto della guerra della Russia contro l’Ucraina sull’economia globale e le pratiche economiche sleali e non di mercato.

 

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