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Oltre 7 milioni di lavoratori in smart working: questo è il dato da cui partire per delineare non il futuro, ma una rivoluzione presente. Certo è arrivata in modo traumatico per il Paese, eppure sembra essere in grado di proiettarci verso “qualcosa” di mai visto in precedenza.

È un’epoca di prime volte: la componente di vita privata e quella professionale si stanno mescolando in un modo difficile da districare, seguendo i parametri tradizionali. L’urbanistica della società cambia decisamente, la casa diventa un luogo centrale come mai accaduto in passato, viaggi e distanze sono una variabile importante ma non essenziale, diremmo quasi trascurabile.

Lo smart working assume un ruolo essenziale nella vita delle nostre aziende: ci ha consentito di sopravvivere nell’emergenza e può diventare uno standard per il futuro prossimo al di là delle condizioni emergenziali. Quello che serve alla società ora, è dotarsi di strumenti e processi (uso a proposito società e non aziende) flessibili e “adaptive”.

Le tecnologie sono a portata di mano, molto meno le competenze e le soluzioni organizzative, che devono andare di pari passo con la legislazione che, almeno in Europa, sta muovendo i primi passi dimostrando già una certa maturità. Pensiamo al non banale diritto alla disconnessione. In Belgio, dal primo febbraio, 65mila civil servant non potranno essere contattati al di fuori del normale orario di lavoro.

A tal proposito il ministro della Pubblica amministrazione belga, Petra De Sutter, ha ribadito che la linea tra lavoro e vita personale si è assottigliata durante la pandemia portando a “stress e burnout, le vere malattie di oggi”. Da noi, di contro, si è appena iniziato a parlare di formazione: elemento imprescindibile che lascia intendere quanto sia ancora lungo il percorso per innovare la PA e non solo, visto che anche tante aziende private, a fronte di innegabili distorsioni nello smart working, hanno erroneamente deciso di richiamare in presenza il 100% del personale.

È il momento di arrivare a uno standard per lo smart working: si parla di Hybrid Work e Phygital Workspace che consentono l’erogazione della prestazione professionale indistintamente on site o remota, dove le due modalità si mischiano in soluzioni ibride. Lo smart working, dunque, non è solo e tanto lavoro remoto, ma una combinazione di soluzioni organizzative, piattaforme tecnologiche di collaboration, process management, sicurezza, reti e modelli normativi coerenti.

Ancor più rilevanti, poi, sono i modelli di misura. Su questo tema si è detto molto: noi di Westpole siamo per le misure individuali o di team, per poi associarle a forme di contratto ad personam all’interno di schemi condivisi anche con le forze sindacali. Per implementare queste soluzioni occorrono investimenti adeguati in tecnologie ma soprattutto in formazione a tutti i livelli, in particolare nelle funzioni HR delle aziende.

Siamo ad un punto di non ritorno: errori e sottovalutazioni darebbero un colpo mortale alla ripartenza, che oggi più che mai fa rima con Pnrr: quella resilienza che abbiamo dimostrato di avere negli ultimi due anni, ma che va più che mai sostenuta e perseguita. 

È il momento di creare uno standard per lo smart working

Di Massimo Moggi

Non è solo e tanto lavoro remoto, ma una combinazione di soluzioni organizzative, piattaforme tecnologiche di collaboration, process management, sicurezza, reti e modelli normativi coerenti. A partire dal diritto alla disconnessione. Scrive Massimo Moggi, Presidente e Amministratore Delegato di Westpole Europe

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