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Il dossier energia sta avvicinando le due sponde dell’Atlantico. Brussels Playbook riporta che gli ufficiali diplomatici americani ed europei starebbero organizzando un Consiglio Ue-Usa a Washington il prossimo 7 febbraio. L’evento avrebbe dovuto essere un “normale” contatto tra le due capitali nella cornice della rinnovata collaborazione transatlantica, ma la crisi energetica degli ultimi mesi – correlata alle tensioni al confine est dell’Ue – lo ha reso quanto mai impellente.

Bruxelles dovrebbe essere rappresentata dall’alto rappresentante Josep Borrell e la commissaria per l’energia Kadri Simson, che saranno probabilmente ricevuti dal segretario di Stato Antony Blinken e la segretaria dell’energia Jennifer Granholm. La presenza delle due massime cariche diplomatiche sottolinea il peso strategico che ha acquisito la questione energetica.

Di questi tempi sicurezza ed energia sono questioni intrecciate. Lo stesso Blinken sta girando l’Ue (era a Berlino giovedì e sarà alla ministeriale degli affari esteri lunedì) per fare il punto sull’allineamento, o la sua assenza, del sistema euroatlantico sulla questione ucraina. Una delle linee di faglia è appunto la dipendenza europea dal gas russo (che è tanto più marcata in Germania) e l’impatto che questa ha sulla possibilità di Bruxelles di rispondere alle prepotenze di Mosca con lo stesso vigore di Washington. La saga del gasdotto Nord Stream 2 si gioca appunto su questa tensione.

Non che manchi la volontà americana di ridurre l’esposizione degli alleati ai capricci del Cremlino. Nelle scorse settimane lo Zio Sam ha inviato navi cisterna contenenti gas naturale liquefatto (Gnl), cosa che ha rasserenato i mercati e fatto crollare il prezzo del gas del 20%. Non è escluso che tra gli argomenti del Consiglio Ue-Usa in vista ci sia appunto una maniera di rendere questa fornitura più strutturale – e possibilmente anche meno soggetta alla variabile dei mercati spot.

A oggi le riserve europee di gas sono al 50% contro una media del 70% nello stesso periodo degli scorsi anni. Gli europei sono rimasti a secco di gas (il cui prezzo è triplicato) per tre motivi principali: la Russia ha tagliato le forniture, la transizione energetica globale ne aumenta la richiesta e la fame di gas dei mercati asiatici si è rivelata persino superiore a quella europea. Nel 2021 gran parte delle vendite di Gnl spot finivano in Asia aggravando la crisi in Ue.

La Cina, ossia il maggior acquirente al mondo di Gnl, ha passato mesi a fare incetta della risorsa in barba al prezzo. Tanto che non sa più che farsene, e rischia di intasare i porti senza necessità, a fronte di un inverno non particolarmente freddo e l’ondata di Omicron in arrivo. Nelle scorse ore Bloomberg ha rivelato che due dei più grandi importatori statali hanno messo in vendita dozzine di partite di Gnl già prenotate, pari a circa il 4% delle importazioni dello scorso anno; una mossa a sorpresa che ha causato un’ondata di acquisti da parte degli europei.

Le vendite cinesi non risolvono il problema , essendo risibili rispetto al 40% e più di gas che arriva dalla Russia in Europa attraverso i gasdotti. Ma d’altro canto nemmeno ricorrere al Gnl americano è una soluzione definitiva, per ragioni di ordine pratico ed ecologico.

Primo, alcuni Paesi europei (tra cui l’Italia) non sono particolarmente equipaggiati dei rigassificatori per riconvertire il Gnl e immetterlo nei sistemi. Secondo, oltre all’impatto del trasporto via mare, due terzi del gas americano sono estratti con la tecnica della fratturazione idraulica, o fracking, che prevede l’iniezione di acqua e composti chimici nel suolo per liberare le riserve di gas.

La pratica è monitorata con attenzione e addirittura vietata da certi Paesi (tra cui Francia, Germania e Olanda) per via degli effetti sull’ambiente, che possono includere la contaminazione delle acque sotterranee e dell’aria. Non esattamente l’ideale per un’Europa che vuole porsi come leader mondiale dell’ecologismo, e anzi vorrebbe imporre i suoi standard anche ai Paesi da cui importa.

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