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Ci sono i leader, mancano le leadership. Nel mezzo di una crisi di sistema che non sembra avviata alla fine, ciò che maggiormente destabilizza il quadro politico in vista della scelta per il Colle sono le oggettive difficoltà che hanno i capi dei tre partiti più importanti della maggioranza: Pd, M5S e Lega a presidiare nonché governare con capacità di indirizzo i rispettivi recinti politici.

L’ultima uscita di Giancarlo Giorgetti sul semipresidenzialismo di fatto e sull’incompiutezza del percorso europeo della Lega non fanno altro che confermare che dalle parti del Carroccio le sbandate, a volte umorali a volte no, di Matteo Salvini stanno terremotando gli equilibri interni, mettendo in discussione strategie e capacità di indirizzo. È vero che il fuoco d’artificio del voto alle Europee ha l’abitudine di spegnersi subito dopo il botto: ne hanno fatto le spese Matteo Renzi e in tempi meno recenti i radicali capaci di raccogliere uno strabiliante 8 per cento. Tuttavia non c’è dubbio che precipitare dal 34 (dei voti) al 19 (dei sondaggi) non può che portare a confronti aspri e forti preoccupazioni per l’emorragia di consensi. Giorgetti se ne fa portavoce, inevitabilmente ledendo lo spessore del numero 1 leghista. Il che rende problematico tenere unite le truppe in un frangente così delicato come la scelta del successore di Mattarella.

Ma problemi analoghi vivono anche gli altri due partiti. Il Pd uscito trionfalmente vincitore dalle urne amministrative ha visto sfarinarsi la sua forza nel voto segreto sul ddl Zan. Scaricare tutte le colpe di Italia Viva è come gettare olio su un mare in tempesta: calma per poco la forza delle onde, che poi ritornano a rumoreggiare. I dubbi che Enrico Letta voglia andare al voto anticipato per fare lui le liste elettorali e garantirsi una base parlamentare più consona alla sua leadership (eccola che ritorna…) avvelenano il clima interno, già abbondantemente squassato dalla tattica delle alleanze e dall’abbraccio con il M5S di Giuseppe Conte. Volendo alzare di un’oncia il tenore del dibattito a sinistra, sarebbe utile riprendere e riflettere su alcune delle considerazioni svolte su LibertàEuguale da Ranieri Bizzarri riguardo le due anime del centrosinistra: una è quella dei “liberali inclusivi”, ossia “riformisti attenti a bilanciare empiricamente crescita e giustizia sociale; l’altra è il radicalismo di sinistra incarnato da Piketty, “focalizzato sulla redistribuzione economica per saziare le ferite sociali del capitalismo globalizzato”. La sensazione è che il Nazareno oscilli tra queste Scilla e Cariddi col rischio di naufragare cozzando sull’una o sull’altra indifferentemente. E che Letta a sua volta ondeggi cavalcando a volte l’una e a volte l’altra prospettiva politica cercando di agganciare il MoVimento o ciò che ne resta. Fatto sta che nelle ultime settimane il radicalismo del Pd è cresciuto con toni che sembrano da campagna elettorale. La domanda è se il segretario sarà in grado di offrire al momento opportuno una candidatura autorevole e condivisa e soprattutto se saprà gestire evitando i gorghi dello scrutinio segreto un esercito sfrangiato e poco incline alla disciplina di partito.

Restano i 5 Stelle. Lo stato confusionale di una forza politica consapevole che le sue truppe verranno falcidiate dalle urne nel momento in cui si apriranno, è palese e non accenna a diminuire. La capacità di Conte di fungere da timoniere è messa in dubbio dalle continue falle che si aprono sotto la linea di galleggiamento nel vascello pentastellato. L’ex premier si sforza di tenere la barra dritta, ma in troppe occasioni appare trascinato da una corrente che è un mix di malmostosità e incertezza.

Al dunque. Con i leader che denunciano un leadership impoverita sarà complicato trovare la quadra per evitare che il Transatlantico dei Grandi Elettori si trasformi in una corrida. Forse servirebbe che si formasse un sinedrio che eviti la solitudine dei numeri 1 e trovi un’intesa vantaggiosa per il Paese. Al momento è poco più di un miraggio. All’avvicinarsi degli scrutini, chissà.

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Nel mezzo di una crisi di sistema che non sembra avviata alla fine, ciò che maggiormente destabilizza il quadro politico in vista della scelta per il Colle sono le oggettive difficoltà che hanno i capi dei tre partiti più importanti della maggioranza. Ecco perché nella rubrica di Carlo Fusi

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