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Un sondaggio di Associated Press ha rivelato quanto già sembrava abbastanza chiaro: buona parte degli americani (il 62%) condivide il ritiro dall’Afghanistan.

Nel suo discorso alla nazione pronunciato lunedì sera il presidente Joe Biden aveva detto: “Quante altre generazioni di figlie e figli d’America vorreste che mandassi a combattere la guerra civile in Afghanistan? Quando le truppe afghane non lo faranno? Quante altre vite, vite americane, ne vale la pena? Quante file infinite di lapidi al cimitero nazionale di Arlington? Sono chiaro nella mia risposta. Non ripeterò gli errori che abbiamo fatto in passato”.

È stato un discorso rivolto più alla nazione che alla comunità internazionale che pur stava a guardare e ascoltare. Lo confermano le tante telefonate che nei giorni successivi il segretario di Stato americano Antony Blinken ha fatto con alleati e partner per coordinare le evacuazioni e rassicurare sul ruolo degli Stati Uniti.

Come ricordava Federica Saini Fasanotti, analista della Brookings Institution e dell’Ispi, il dispiegamento dei 2.500 uomini rimasti in Afghanistan non era un costo insopportabilmente per l’amministrazione Biden. Ma la pressione della cittadinanza americana, che ne sentiva il peso del coinvolgimento statunitense e non ne comprendeva la necessità, si faceva sentire anche sulla Casa Bianca. “L’America First di [Donald] Trump, che in fondo è anche quella del nazionalismo progressista di Biden, è anche la come home America”, ha spiegato Mario Del Pero, docente di Storia Internazionale e Storia della politica estera statunitense all’Institut d’études politiques di Parigi.

“La decisione, giusta o sbagliata che sia, era già stata presa nel 2009 da Barack Obama”, ricorda Frédéric Grare, senior policy fellow dell’Asia Programme presso lo European Council on Foreign Relations, già membro del Centre d’analyse, de prévision et de stratégie del ministero degli Esteri francese. “La verità è che l’elettorato americano sostiene la scelta” del presidente Biden, aggiunge raggiunto telefonicamente da Formiche.net.

Pensando al post ritiro, Grare osserva: “Nessuno riempirà il vuoto” degli Stati Uniti. Neppure l’Unione europea. Che ora, “temendo terrorismo e immigrazione” è “sotto grande pressione”.

Che cosa fare con i Talebani? “Qualsiasi decisione”, continua Grare, “deve essere presa pensando alla popolazione”.

L’esperto dice di non credere ai messaggi moderati lanciati dai Talebani in questa prima settimana dalla presa di Kabul. “Ma hanno imparato dagli errori commessi nel passato” dalla generazione precedente che tra il 1996 e il 2001 fu al timone dell’Emirato islamico dell’Afghanistan sotto la guida del mullah Mohammad Omar, osserva.

Che cosa significa? “Dall’esperienza degli anni Novanta sanno che senza una apparato statuale, senza ammnistrazione, non possono avere futuro”, risponde Grare. “Inoltre, sanno di aver necessità di rapporti economici” con gli altri Paesi. Anche a livello interno, “saranno diversi, lasciando più spazi alla popolazione e più spazi per la negoziazione”, continua l’esperto.

Ma, avverte, “camminiamo su un filo molto sottile”. C’è però una leva che l’Occidente, a partire dall’Unione europea, può usare, prima ancora di parlare di riconoscimento diplomatico: “gli aiuti umanitari”, spiega.

Perché i Talebani potrebbero ritrovarsi a dover fare i conti con proteste alimentate dalla povertà e dalle precarie condizioni di vita della popolazione.

Gli aiuti, una leva da usare con i Talebani. La proposta di Grare (Ecfr)

Frédéric Grare, ricercatore dell’Ecfr, spiega che i Talebani hanno imparato dagli errori degli anni Novanta nel rapporto con la popolazione. E questo aspetto può essere utilizzato nelle negoziazioni

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