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Sei mesi fa, dentro e fuori dai diversi lockdown, abbiamo guardato con una certa invidia le foto provenienti dalle discoteche appena riaperte in Cina. L’aggressivo sistema di test e tracciamento di Pechino, i confini chiusi, le quarantene e i controlli rigidissimi, tutto ciò aveva permesso ai cittadini cinesi di tornare alla normalità ben prima degli occidentali.

Oggi, mentre l’Occidente geopolitico è alle prese con le proprie riaperture e campagne vaccinali, dalla Cina arrivano segnali preoccupanti. La contagiosissima variante delta del virus ha fatto la sua comparsa a inizio giugno nella città meridionale di Guangzhou (provincia meridionale di Guangdong), cosa che ha portato a test di massa e lockdown localizzati.

Nelle scorse settimane altre città cinesi hanno fatto lo stesso. Lunedì la città di Dongguan (sempre nel Guangdong) ha iniziato l’impresa titanica di testare tutti gli oltre 8 milioni di residenti. Eppure sabato scorso i cinesi hanno superato il miliardo di dosi iniettate complessivamente.

Per diversi esperti il problema risiede nella qualità dei vaccini prodotti in Cina, Sinovac e Sinopharm, entrambi approvati dall’Oms per l’uso emergenziale (efficaci al 51% e 78,1% rispettivamente). Questi sono tendenzialmente snobbati dai Paesi occidentali, ma adottati in lungo e in largo da nazioni attratte dalla loro vasta disponibilità e dal prezzo più contenuto rispetto a quelli prodotti da Pfizer e Moderna.

Però saltano all’occhio i dati dei Paesi che più si sono affidati a Sinovac e Sinopharm. Nelle Seychelles, tra i Paesi più vaccinati al mondo, i nuovi casi giornalieri di Covid sono circa 716 per milione stando al New York Times. In Israele (poco indietro in termini di percentuale di popolazione vaccinata, ma dove Pfizer è andato per la maggiore) quel numero è 4,95.

Altrove nel mondo i risultati sono simili. Il Cile, il Bahrain e la Mongolia hanno vaccinato tra il 50 e il 68% della popolazione (dati di Our World In Data), come le Seychelles, con cui hanno condiviso la scelta vaccinale. Tutti e quattro i Paesi sono tra i più soggetti a nuove ondate a livello globale. Altri dati clinici dimostrano che nonostante Sinovac e Sinopharm siano relativamente efficaci a prevenire i casi più gravi di Covid-19, essi siano più scarsi sul fronte della trasmissibilità – specie a fronte delle nuove varianti.

Il minisetro degli esteri cinese ha dichiarato in una nota di non aver riscontrato un collegamento tra le nuove ondate e i vaccini cinesi, addossando la colpa alla lentezza delle campagne vaccinali. Eppure lunedì Shao Yiming, epidemiologo al Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie, ha rivisto al rialzo la soglia dell’immunità di gregge, dal 70% a 80-85% di cittadini completamente immunizzati.

Il Wall Street Journal riporta che le autorità cinesi avrebbero deciso di tenere i confini serrati per un altro anno per cercare di limitare l’importazione di nuove varianti. In sostanza – al netto della campagna vaccinale – a Pechino avrebbero deciso di affidarsi al controllo, al tracciamento e ai lockdown localizzati, come successo finora, almeno fino alle Olimpiadi invernali.

Resta da vedere quanto saranno efficaci le soluzioni cinesi di fronte all’evolversi del virus. “I dati sono concordi: la variante delta è immensamente più contagiosa, diventerà prevalente è sarà difficile fermarla con le misure di prevenzione: ci vogliono i vaccini”, scriveva stamattina il noto virologo Roberto Burioni. Se poi l’efficacia dei vaccini è messa in discussione, per i Paesi che hanno scelto Sinovac e Sinopharm si prospettano grane all’orizzonte.

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