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Un’operazione notturna delle forze speciali del ministero dell’Interno libico ha sventato un piano di attentato contro il primo ministro del Governo di Unità Nazionale, Abdul Hamid Dbeibah. Il blitz è avvenuto in una casa del quartiere di Al-Andalus, a poche decine di metri dalla residenza del premier, ed è stato guidato dall’Agenzia per la Sicurezza Pubblica, sotto la direzione di Abdullah al-Tarabulsi, fratello del ministro dell’Interno.

Quanto accaduto è la conferma delle tensioni all’interno del Paese. Divisa di nuovo in due forme di governo tra Est e Ovest, Cirenaica e Tripolitania, da mesi la Libia vive anche tensioni interne ai due lati. Soprattutto a Tripoli, dove Dbeibah fatica a controllare le milizie che lo hanno sostenuto da sempre, perché non dispone più delle capacità economiche per garantirsi l’appoggio.

Secondo fonti di sicurezza locali, la cellula era stata reclutata e organizzata da Osama Najim (noto in Italia come “al-Masri”, protagonista di una vicenda paludosa che lo coinvolge), figura già nota per i suoi legami con lo Stato Islamico a Derna — negli anni d’oro in cui i baghdadisti crearono in Libia la principale roccaforte extra Siraq. Al-Masri avrebbe ingaggiato ex detenuti e condannati evasi, incaricandoli di preparare azioni contro le forze governative e contro lo stesso premier.

Il procuratore militare di Tripoli ha confermato la natura organizzata del complotto smascherato, sottolineando che le prime indagini hanno messo in luce il ruolo centrale di Najim come reclutatore e coordinatore logistico. Uno degli arrestati avrebbe già confessato di essere stato arruolato direttamente da lui per eseguire l’attacco.

Per le informazioni raccolte da Formiche.net, il piano prevedeva un assalto al convoglio di Dbeibah con ordigni esplosivi e armi automatiche, accompagnato da attacchi alle abitazioni circostanti per creare confusione e rendere più difficile la reazione delle forze di sicurezza. All’interno del covo, le unità libiche hanno rinvenuto un arsenale composto da esplosivi, armi leggere e medie, apparati di comunicazione e strumenti per tracciare i movimenti del premier.

Lo scontro a fuoco che ha seguito il blitz ha provocato la morte di almeno due agenti del ministero dell’Interno e di diversi membri della cellula eversiva. Altri militanti sono stati arrestati o feriti. Le fonti tra le autorità libiche hanno inoltre evidenziato come diversi componenti della cellula provenissero dalle file delle milizie di Sicurezza Giudiziaria e delle Forze di Deterrenza (tecnicamente sciolte): gruppi che in passato avevano sfruttato il loro status ufficiale per condurre traffici e attività illegali, fino a trasformarsi in strutture parallele allo Stato.

Tra i caduti figura per esempio Mohammed al-Farjani, conosciuto come “al-Baqanda”, un membro conosciuto della Forza di Deterrenza (Rada). La sua presenza nel gruppo potrebbe rivelare i legami tra queste nuove reti clandestine e alcune delle fazioni storiche che adesso si oppongono al governo di Tripoli. Da giorni si discute di un piano dell’esecutivo per attaccare la Rada, ma le operazioni — che potrebbero aprire una stagione di scontri pesanti nella capitale — stanno rallentando anche per le attività di de-escalation guidate da attori internazionali.

Il bilancio umano e politico è pesante: oltre ai caduti tra le forze di sicurezza, “l’episodio dimostra la capacità delle reti residuali di riorganizzarsi in chiave terroristica e di minacciare direttamente la leadership politica”, spiegano fonti governative. Per Tripoli, il tentato attentato si inserisce in un contesto più ampio: il piano nazionale di Dbeibah prevede lo smantellamento delle milizie armate e dei loro sistemi finanziari, con l’obiettivo di riportare sotto controllo statale sicurezza e risorse. Il fatto che una base operativa sia stata allestita a pochi metri dalla residenza del premier sottolinea la gravità della minaccia in corso.

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