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Il presidente-eletto Joe Biden entra in carica con la più solida esperienza personale e professionale in politica estera di qualsiasi altro presidente americano agli esordi da oltre una generazione. Oltre a lui, ci sono due altri presidenti che hanno precedentemente servito come vicepresidenti, George H. W. Bush e Richard Nixon, con un’ampia conoscenza ed esperienza. Questo aiuterà molto il Paese a ricostruire la sua politica estera.

La risposta alla pandemia e i danni economici dell’ultimo anno domineranno l’agenda e prenderanno buona parte delle energie di Biden e dei suoi più alti ufficiali. Ma l’amministrazione Biden entra in azione per dare avvio a una revisione su tutta linea della politica estera.

Biden sta assemblando un team di grandi esperti per aiutarlo a sviluppare un nuovo approccio, e finora stiamo assistendo a un miglioramento notevole del talento e dell’esperienza del personale.

Un’analogia può aiutare. Se la politica estera americana fosse un aeroplano, finora abbiamo tutti volato in un terribile posto di terza classe, con un servizio ancora più terribile, e un capitano che volontariamente spinge l’aereo in mezzo a correnti imprevedibili.

Con Biden e il suo nuovo team, la politica estera americana otterrà una promozione alla prima classe. Certo, qualcuno potrà anche lamentarsi delle diverse nomine che ha fatto, ma sono solo cavilli – come lamentarsi della differenza fra un posto in 1A e uno in 3A. Per di più, il capitano è sicuro e ha esperienza.

Due fattori principali potrebbero danneggiare questa ambiziosa revisione – le divisioni politiche e i disordini domestici, e un problema di lungo periodo, cioè le crescenti preoccupazioni sulla coerenza e l’affidabilità strategica dell’America.

Quanto al primo fattore – le divisioni interne – il terribile incidente di due settimane fa al Congresso non fa che sottolineare un vecchio problema americano, le esasperate, violente divisioni su qualsiasi argomento. Non se ne andranno da un giorno all’altro. Se l’America sarà vista come incapace di fare i conti con i suoi problemi interni – la pandemia, la sofferenza economica, il rispetto della legge – allora il resto del mondo smetterà di vedere in questo Paese un leader come ha fatto per tanti anni dopo la fine della Guerra Fredda.

La tendenza della politica americana a fare anche della diplomazia un argomento divisivo e partitico erode il senso comune di uno scopo e una direzione nel mondo. Basta guardare ai colpi pregiudizialmente sparati da alcuni senatori Repubblicani commentando le prime nomine di Biden e i patetici tentativi di collegarle a questioni di sicurezza nazionale, come i rapporti con la Cina.

Questa abitudine di fare di qualsiasi dossier della sicurezza un punto di scontro – che si tratti di Cina, Iran, Israele, terrorismo o immigrazione – non fa che ostacolare la capacità dell’America di ottenere il massimo, dato il potere e le risorse a disposizione.

L’iper-politicizzazione delle questioni di sicurezza nazionale è un problema sia della destra che della sinistra americana – come è noto chi all’interno delle presidenziali americane democratiche ha cercato di usare la sicurezza nazionale come pretesto per uno scontro nel partito ha ottenuto una sconfitta cocente alle urne – una storia che, un giorno, andrà raccontata.

Il secondo fattore che potrebbe danneggiare questa revisione della politica estera – la sempre maggiore percezione dell’inaffidabilità e imprevedibilità degli Stati Uniti – non sarà facile da trattare finché Repubblicani e Democratici continueranno a dividersi su questioni di Sicurezza nazionale come le relazioni con la Cina e l’Iran.

Durante gli ultimi vent’anni – tendenzialmente dall’11 settembre – il pendolo della politica estera americana ha pericolosamente ondeggiato da un’amministrazione all’altra, e i Paesi di tutto il mondo lo hanno notato. Gli alleati ammettono sempre più spesso di non poter contare sull’America – che la politica estera americana si dirama in cicli di due o quattro anni – e intanto avversari e concorrenti aspettano al varco. Alcuni di loro non perdono tempo e lavorano aggressivamente per incentivare le divisioni interne degli Stati Uniti – una pratica ben nota a Paesi come Russia, Cina e Iran.

Il presidente Biden cercherà di contrastare sia queste forze in casa sia queste percezioni negative in giro per il mondo – ma sarà una dura lotta. Questo sforzo per cambiare il corso della politica americana dipenderà da ciò che succederà all’interno degli Stati Uniti – ma anche su come alleati-chiave come l’Italia risponderanno all’appello.

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