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A Caracas sono in corso tre guerre. La questione del Venezuela è aperta. Non è scontato l’esito politico della dittatura di Maduro. Cuba è l’esempio di quanto possano resistere i regimi autoritari para-marxisti, se capaci di solide pratiche repressive, utili alleanze internazionali, efficaci narrazioni auto-assolutorie. Anzi, il regime cubano ha dato una lezione ai dittatori di tutto il mondo. Nelle settimane passate, attraverso governi simpatizzanti o attori politici compiacenti (come il ministro degli esteri italiano) ha spedito in giro sparuti ma ben addestrati gruppi di medici, organizzando parate su giornali e social. Per ora, hanno raccolto applausi compiacenti di alcuni settori populisti o nostalgici europei e latini, a volte in forme imbarazzanti per i paesi coinvolti.

Caracas però non è La Habana. Il regime, nella scala delle autocrazie del XXI secolo, resta a metà tra una narco-dittatura e un governo fragile e incapace. Tranne pochi ambienti (come Podemos), il mito di Hugo Chavez è tramontato anche nei salotti radical-chic europei. Invece nel primo decennio del secolo, sull’esempio del suo maestro Fidel Castro, il colonnello aveva guadagnato un potere simbolico-mediatico enorme. Innanzitutto invitando intellettuali e star del cinema a godere dei benefici del Venezuela, poi innaffiando partiti amici con i proventi del petrolio, tutto mascherato con la propaganda populista latina della lotta alla povertà e alla corruzione.

Questo mito è fallito. Il castro-chavismo venezuelano si è rivelato nella sua drammatica realtà.  Ha moltiplicato la povertà in dimensioni mai viste prima. L’apparato pubblico è distrutto, le persone muoiono negli ospedali. La fame è una realtà cupa. La repressione politica è fatta di arresti, omicidi, stupri, scomparsa di oppositori. Caso unico nella storia dell’America latina sono i rifugiati ed emigrati: circa sei milioni quelli che hanno lasciato il paese. Nonostante questo, il regime resiste. L’opposizione ha dimensioni di massa e leader riconosciuti (Juan Guaidó, Leopoldo López, Maria Corina Machado) ma è priva di armi, non ha la forza di superare il divario militare, tutto a favore del regime. La impossibilità di un cambio democratico interno rende Caracas terreno della nuova competizione criminale, geopolitica ed ideologica globale.

La sfida degli Usa al Cartel de los Soles, come è definito il vertice politico-criminale venezuelano, non è certo propaganda. Il regime bolivariano si è dotato innanzitutto di un sistema di controllo con le megabandas e i Colectivos, i gruppi che fanno operazioni sporche in cambio delle mani libere nelle loro attività. Poi ha interlocutori più importanti. Innanzitutto i grandi cartelli come i narco-guerriglieri del Eln colombiano e i messicani di Sinaloa, i soci europei e asiatici e i gruppi terroristici arabi. Pertanto un colpo dato dagli Usa e dai loro alleati significherebbe un colpo al regime, ma cambierebbe profondamente anche gli equilibri criminali globali.

La dimensione geopolitica è altrettanto complicata. Il governo cubano ha deciso la nomina di Maduro e partecipa direttamente alla direzione del governo venezuelano. Per la sinistra radicale latina (il gruppo di Puebla), il Venezuela è la piattaforma per lanciare campagne sul continente. Più difficile è l’aggancio a cinesi e russi, sospettosi della cialtroneria della dittatura chavista. Il fronte contrario raccoglie quasi tutte le democrazie latine: oltre che Usa e Canada, fa perno sul governo colombiano, la principale vittima della politica destabilizzante del regime. Nonostante questo, dopo il fallito tentativo del febbraio 2019, non è riuscito ancora a dare una spallata decisiva al regime di Caracas. Eppure mai come ora deve offrire un sostegno decisivo all’opposizione venezuelana, vista la nuova stretta repressiva che il regime pratica grazie alla confusione provocata dall’epidemia.

Infine il regime venezuelano, come tutte le dittature comuniste, ha beneficiato del lasciapassare politico-ideologico di militanti ed intellettuali (di lusso) latini ed europei. Ora, su questo terreno, è in ritirata strategica. Pertanto, coloro che non possono più difendere il disastro sociale del regime, si sono trincerati dietro i tradizionali slogan dell’anti-americanismo. Questo resta sempre un buon narcotico emozionale per gli orfani dei regimi comunisti, consente a quello che resta della borghesia radical chic di denunciare l’interventismo per difendere il regime. Invece il mondo della democrazia liberale che è stato spesso debole o distratto, anche se non sono certo mancati stati, gruppi, media che denunciano il regime e appoggiano la coraggiosa opposizione venezuelano, non ha più alibi.

La guerra delle narrazioni è da sempre il terreno più scivoloso nello scontro tra democrazia e dittatura. Anche per questo la partita è ancora una volta aperta. L’epidemia ha consentito ai regimi di tutto il mondo di reprimere e allo steso tempo comunicare determinazione, con il controllo assoluto della comunicazione. Le autocrazie asiatiche hanno colto la palla al balzo per alzare la sfida alla democrazia. Proprio per questo il Venezuela è un simbolo. Il liberalismo occidentale su questo terreno mostrerà ancora una volta se è capace o meno di reagire a questa nuova narrazione globale, verificando se la difesa delle libertà, anche nel lontano Venezuela, è uno dei luoghi della sua legittimazione politica e morale.

La legittimazione politica e morale dell'Occidente passa dal Venezuela

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