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Tre morti, una donna decapitata, diversi feriti. Questa mattina Nizza s’è svegliata nuovamente sotto l’incubo del terrorismo, dopo la strage sanguinosa del 14 luglio 2016. L’attacco all’arma bianca, ormai un classico (vista la maggiore maneggevolezza e accessibilità dell’arma), è avvenuto nella cattedrale Notre Dame nel centro della città della Costa Azzurra. Un uomo è già stato fermato, ferito in un blitz della polizia. L’attenta segue diversi episodi violenti avvenuti nelle ultime settimane: dall’assassinio del professor Samuel Paty a quellio davanti alla vecchia redazione di Charlie Hebdo – il giornale che da ieri è di nuovo sotto i riflettori per la pubblicazione di nuove vignette satiriche sull’Islam. Nelle stesse ore, un uomo è stato ucciso dopo aver cercato di attaccare la polizia ad Avignone e una guardia del consolato francese di Jeddah è stata ferita da un cittadino saudita.

Sullo sfondo la guerra dichiarata all’islamismo dal presidente Emmanuel Macron e lo scontro con Recep Tayyp Erdogan. Il tutto reso ancora più delicato dal dilagare della pandemia: mentre a Nizza si consumava quello che per il sindaco è un atto jihadista, il premier Jean Castex era impegnato a spiegare all’Assemblea nazionale i dettagli del nuovo lockdown annunciato ieri in diretta televisiva da Macron – il primo ministro ha subito lasciato l’aula per recarsi alla cellula di crisi del ministero dell’Interno. “Certamente c’è un legame con le minacce ricevute dall’estero, ma non abbiamo mai agito in modo diplomatico, per esempio contestando alla Turchia la presenza nella Nato, o interrogandoci sui nostri legami con il Qatar, che finanziano e sostegno questa ideologia”, è l’affondo di Marine Le Pen.

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Nei giorni scorsi il Monde ha pubblicato un editoriale – non firmato, dunque rappresenta la linea del giornale che ha da sempre visioni internazionaliste e ora è vicino a Macron – in cui delinea la situazione tra Turchia e Francia e non solo. Macron ha lanciato un’offensiva contro l’Islam radicale frutto anche delle richieste delle collettività francesi, che soffrono la presenza di realtà estremiste che producono problematiche profondo d’integrazione. Il presidente francese si muove in nome della libertà di espressione, della democrazia, e si erge a simbolo nella lotta contro l’oscurantismo religioso. Allo stesso tempo, Erdogan cerca di sfruttare la situazione per ragioni personali sia di politica interne che estera.

La situazione attuale è lo sfocio conclusivo di una fase molto delicata tra Parigi e Ankara, che si esplica su diversi fronti geopolitici in cui i due paesi si trovano su lati opposti. Libia, Mediterraneo (orientale), Nordafrica, Africa subsahariana, Siria, Iraq, Nagorno-Karabakh: sono tutti ambiti in cui la Turchia è presente, attiva e proattiva su lati di intervento opposti agli interessi francesi. E le vecchie crisi si sommano a questioni più annose: la Francia convinse la Germania a chiudere la porta dell’Ue a Erdogan con la scusa formale dello scarso rispetto dei diritti umani, civili e democratici nel suo paese. Ma dietro ai ritardi sull’inglobamento della Turchia nell’Unione c’era anche il dubbio di fondo su come gestire quei nuovi 80 milioni di musulmani.

Un passaggio controverso, con i rallentamenti che hanno portato Erdogan ad arroccarsi in un isolamento individualista da cui spingere una strategia aggressiva. Il tentativo di ergersi a difensore totale dei diritti dei musulmani in Europa, secondo il Monde, dimostra parte della sua visione neo-ottomana: l’idea che la Turchia debba espandersi e farsi contenitore e timone del mondo islamico. Un concetto che scopre il fondo della faglia intra-sunnita: la competizione tra l’Islam politico di Ankara (e Doha, allineato sulle visioni politiche panarabe della Fratellanza musulmana) contro quello dello status quo professato dai regni del Golfo.

È qui che la diatriba con la Francia trova dimensione ulteriore, con Parigi alleata di Abu Dhabi, il più attivo di quei regni guidati da Riad, che vedono nella Turchia un rivale di valore geo-strategico superiore anche ai nemici esistenziali sciiti di Teheran. Emirati e turchi combatto in Libia su due fronti, e sono in competizioni su tutta un’altra serie di dossier. Crisi sfruttate da Erdogan per spingere il proprio attivismo avventurista e che in molti casi – come in quello nello scontro con Macron – servono, spiega il Monde, come “moltiplicatore di conflitti esterni” utili a nascondere le problematiche interne (nel caso quelle economiche o quelle finanziarie della Lira). Riflesso classico delle autocrazie.

Ora però la questione con la Francia è ancora più delicata perché Erdogan sembra aver trovato una chiave narrativa efficace. Alcuni paesi lo hanno seguito sempre perché hanno dovuto ascoltare le piazze, scese in strada per denunciare Parigi come fosse una sola cosa con Charlie Hebdo che pubblica vignette sacrileghe conto il Profeta e contro “il Sultano” Erdogan – il governo francese inquadrato come protettore della rivista, come ne avallasse i contenuti. E non c’è solo il Marocco (che ha fatto saltare una visita di Macron in segno di protesta), l’alleato turco Qatar (da cui le parole di Le Pen), ma anche paesi come l’Egitto e l’Arabia Saudita tra coloro che hanno criticato la Francia, nonostante siano collegati da legami e cooperazioni e nonostante condividano l’allineamento del Golfo contro la Turchia.

La situazione segue riflessi sicuratari: saranno le indagini a trovare collegamenti con i casi di Nizza o di Avignone, ma il contesto è complesso per Parigi. Non si sono mobilitate soltanto le formazioni classiche, le sigle jihadiste come Al Qaeda o lo Stato islamico (che spesso chiedono agli adepti di agire in proprio e colpire i francesi), ma anche organizzazioni più moderate hanno preso posizioni aggressive. Il punto è anche legato alla lotta che il francese intende fare all’Islam di esportazione filo turco, ossia alla fitta rete di imam e moschee che Ankara (e Doha) hanno finanziato anche in Francia: forme con cui vincere la competizione intra-sunnita e costruire influenza.

Macron diventa il simbolo perfetto per capitalizzare gli investimenti: apice dell’Europa attuale, Erdogan lo sfrutta come nemico simbolico, Charlie Hebdo la fotografia del secolarismo occidentale nemico della fede islamica. Per il francese il problema sta nelle relazioni internazionali future, ma è più che altro interno: come ha più volte suggerito proprio il Monde, è la sistemazione delle banlieue la sfida per l’Eliseo. Periferie dove condizioni di vita difficili, povertà, disagio sociale aprono spazi per le predicazioni radicali, sono il fianco scoperto in cui si manifestano le difficoltà di integrazione e dove i vari Erdogan o imam radicali trovano terreno sfruttabile.

 

(Foto: Twitter, @CatholicArena)

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