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Tra eurobond e Mes, possibile che all’Eurogruppo di martedì a uscire fuori sarà la Banca europea degli investimenti. Venerdì scorso, pochi minuti dopo il cda in cui la Bei ha varato una proposta per mobilitare 40 miliardi di euro, il vicepresidente Dario Scannapieco interviene al webinar “War Room” per spiegare quali sono le intenzioni, le ambizioni, le possibilità dell’istituto. “La Bei può essere uno degli attori in grado di rispondere alla crisi e siamo in grado di arrivare a mobilitare risorse fino all’1,5% del Pil europeo, ma per questo ci serve un fondo di garanzia di 25 miliardi di euro”, dice Scannapieco, spiegando che lo schema sarebbe quello del Piano Junker: “Una garanzia pubblica che attiva un moltiplicatore delle risorse finanziarie. Per ogni euro messo a garanzia tramite il sistema finanziario possiamo far arrivare otto euro di liquidità alle piccole e medie imprese europee”. Obiettivo, quindi, 200 miliardi, mentre attualmente la Bei ne muove circa 65 ogni anno.

Certo, il punto principale è che bisogna trovare chi mette quei soldi, visto che non c’è un budget europeo approvato. E lo dovranno decidere i governi, in base quindi ad un accordo politico. Ma, attenzione, “possono contribuire sia gli Stati membri – rivela il vicepresidente – che il Meccanismo Europeo di Stabilità”. Insomma la Bei si candida, forte del fatto che potrebbe non subire le pressioni politiche e le polemiche che riguardano eurobond e Mes. Anche perché “la risposta europea non può essere basata su uno strumento soltanto. Ne servono diversi, con più parti che diano il contributo”, puntualizza Scannapieco. Il quale rimanda un aumento di capitale ad una fase successiva: “Ci servirà per mantenere la tripla A, che non è un vezzo – dice – ma la condizione che ci permette di liberare capitale, di trasferirlo dal sistema finanziario. Per il resto abbiamo bisogno di poco”. Insomma, sottolinea che la Banca è pronta. E allora nell’Eurogruppo di martedì proprio la Bei potrebbe essere uno degli strumenti su cui convergere per mettere in campo gli aiuti europei necessari a contrastare il dilagare della crisi economica.

Per adesso, il piano della Bei per mobilitare 40 miliardi è diviso in tre azioni: garanzie alle banche, che possono così erogare credito fino a 20 miliardi; prestiti ponte a supporto del capitale circolante per pmi e mid-cap per altri 10 miliardi; acquisto di titoli dedicati per consentire agli istituti di credito di trasferire il rischio sui portafogli di prestiti alle Pmi, così da mobilitare altri 10 miliardi di euro. Se c’è una cosa su cui Scannapieco insiste è la rapidità. “Qualunque soluzione che arriva dall’Europa deve essere rapida. Quello che passa per i parlamenti nazionali rischia di essere troppo lenta e arrivare troppo tardi”.

Che poi, il dubbio viene a tutti. Ma “anche se questa Europa non fa sognare, penso che ne uscirà viva”, dice il vicepresidente della Bei, che poi bacchetta l’Italia: “Prima di criticare Bruxelles dovremmo guardare a casa nostra. Tutti i nodi sono venuti al pettine. L’Italia è l’unico Paese che in anni di bassi tassi di interesse non è riuscito a ridurre il rapporto debito-Pil. Si è parlato molto del whatever it takes di Draghi, ma le parole più importanti furono le successive believe me, it will be enough. È un tema di credibilità – spiega Scannapieco – e senza un piano industriale per il Paese non c’è una platea di investitori pronti a scommettere sull’Italia. Dobbiamo dimostrare che in futuro ripagheremo quello che chiediamo oggi”. Come? Con le riforme istituzionali. E poi mettere mano a giustizia, burocrazia, sistema autorizzativo. “Gli investimenti pubblici sul Pil sono al punto più basso degli ultimi trent’anni. Ma non mancavano i soldi prima e non mancano nemmeno adesso. Visto che non c’è una crisi di liquidità del sistema finanziario. Piuttosto – dice Scannapieco – c’è totale incapacità a spendere. Ma non possiamo più ragionare con i vecchi schemi”. Tra quelli nuovi, è evidente, lui propone la Bei.

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