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Non fosse per l’enorme tristezza per l’emergenza sanitaria e l’ansia per la routine quotidiana stravolta, lo studioso di aiuti internazionali di questi tempi non potrebbe che rallegrarsi di quanto sta osservando, incredulo.

Letteralmente tutta la politica estera, senza eccezione, si sta esprimendo attraverso flussi di assistenza, dati o ricevuti, tra gli Stati-Nazione, unici rimasti ad animare la scena delle dinamiche internazionali.

Il multilateralismo è in grave crisi e fatica a riprendersi con iniziative concrete (si veda l’ermetico appello dell’Onu a New York per una “moratoria dei conflitti”, mentre a poche centinaia di metri in Central Park improvvisano ospedali da campo per il Covid-19).

Terminologie mediche e virologia a parte, aiuto è stata la parola che maggiormente ha riempito le cronache di questi giorni. Ricorrente anche in contesti non usuali – come nella polemica dei governatori contro Roma (“non riceviamo sufficiente aiuto”), e di Roma contro Bruxelles (“dove sono gli aiuti europei?”).

L’aiuto è diventato il termometro dell’andamento dello scontro come delle nuove alleanze, a livello nazionale come internazionale. Non male, per un termine fino a poco tempo fa spogliato di ogni valenza politica, non solo nel sentire comune (a tal punto da mancare a suo tempo dal Dizionario di Politica di Bobbio, Pasquino, Matteucci, sacra scrittura per chiunque abbia studiato scienze politiche negli ultimi 30 anni).

Quella a cui assistiamo è non solo un’esplosione di quantità di relazioni di aiuto, ma anche l’avverarsi di casistiche ad oggi immaginabili solo teoricamente, perché senza o con pochissimi precedenti.

Per lo studioso di cui sopra il caso in assoluto più interessante è stato l’aiuto che l’Albania ha mandato all’Italia, o meglio – la capacità che ha avuto Tirana di fare accettare il suo aiuto a Roma.

È un caso che va studiato, con una premessa, sempre doverosa di questi tempi. Quanto segue qui non deve essere utilizzato per demonizzare o santificare l’aiuto albanese stesso, di cui chi scrive, prima da cittadino che da analista, si rallegra nel momento dell’emergenza nazionale.

La premessa teorica, già ricordata su Formiche.net, è che nell’aiuto tra Stati il donatore trae (quasi) sempre i maggiori vantaggi politici e scandisce in termini di forza i termini del rapporto con il beneficiario, che si trova a seguire se non subire la relazione.

È lecito chiedersi come l’Albania, Paese storicamente più debole e più povero, sia riuscita a fare accettare il suo aiuto all’Italia, e quali vantaggi ne abbia ricevuto in termini geo-politici.

Per quanto riguarda l’Italia, è inevitabile chiedersi (come già fatto per l’assistenza proveniente da Usa, Russia e Cina) se poteva permettersi di rifiutare questi aiuti. Per rispondere – per giungere a conclusioni simili – formuleremo però due ipotesi diverse.

La prima è che quanto avvenuto sia stata una brillante mossa di politica estera, nata da una felice intuizione del primo ministro Albanese, Edi Rama.

Enfant prodige della politica albanese (in passato è stato Sindaco di Tirana, di fatto la seconda carica politica più importante del Paese), Rama già da alcuni anni ha svecchiato certe liturgie politiche albanesi a partire dal suo partito socialista fino alla storica visita a Belgrado e ai rapporti con l’allora premier Serbo, Alexander Vucic, per una normalizzazione dei rapporti serbo-albanesi.

È quello che si dice un attore out-of-the-box, fuori dagli schemi tradizionali, capace di sorprendere con dei cambi di posizione originali e repentini che spiazzano gli avversari e seguono la pubblica opinione.

Con l’operazione degli aiuti all’Italia, ha ottenuto un risultato di massima resa con minima spesa. A fronte dell’invio di un numero ristretto di volontari medici e infermieri (per un costo complessivo pare di poco più di 100.000 dollari), ha capitalizzato svariati risultati di rilievo

Tra quelli immediati, ha ricevuto una visibilità, un prestigio internazionale e un ritorno di simpatia nell’opinione pubblica non solo italiana, oltre che una forte impennata nella popolarità domestica, per essere riuscito di colpo a invertire quella narrativa del Paese-sempre-beneficiario che ha storicamente investito l’Albania, in particolare nei rapporti con l’Italia.

Tra i risultati più a medio termine, c’è da aspettarsi una legittima aspettativa albanese di ricevere da Roma in futuro trattamenti di riguardo sui vari file aperti nei rapporti bilaterali tra i due Paesi, come ad esempio la regolarizzazione in Italia di una vasta comunità albanese di recente arrivo, nonché un appoggio convinto di Roma all’adesione albanese alla Ue, oramai non in discussione nei modi quanto nei tempi.

Infine, è possibile che forte di questo episodio l’Albania continui in futuro a ricevere i cospicui aiuti italiani, come avvenuto ininterrottamente in questi ultimi decenni, ma con un rafforzato potere negoziale nell’indirizzarli dove vuole il beneficiario, piuttosto che il donatore (come invece accade quasi sempre).

La seconda ipotesi è che la geniale mossa di Tirana sia stata in qualche modo preventivamente concordata – quando proprio non suggerita nei dettagli – dall’Italia stessa e in particolare dalla Farnesina, le cui capacità tecniche-diplomatiche restano un tradizionale punto di eccellenza, riconosciuto internazionalmente – checché ne dicano i vati catastrofisti del sistema politico italiano.

La spiegazione di questa mossa sarebbe da ricercare nel tentativo di alleggerire la tensione attorno al governo italiano, trovatosi sotto pressione per via della improvvisa competizione di key-players donatori, come Russia, gli Usa e Cina. L’aiuto albanese ha di fatto spostato il baricentro della discussione dal piano rischioso del “quale aiuto scegliere” a quello più facile da gestire del “ogni aiuto anche piccolo è bene accetto”.

Questa seconda ipotesi trova argomenti a favore nelle parole di Rama (forma e contenuti) che hanno accompagnato la partenza degli aiuti da Tirana. Il discorso – peraltro enunciato in un impeccabile italiano – ha toccato le corde emotive quando ha ricordato gli aiuti italiani all’Albania con un chiaro riferimento all’accoglienza dei migranti albanesi in Puglia nei drammatici primi anni 90.

Il messaggio invece è diventato prettamente politico quando si è riferito alla Ue, nel rimarcare che l’Albania aiuta l’Italia benché essa stessa sia un Paese povero (chiaro riferimento in contrasto alle reticenze della ricca Europa del Nord a suddividere i costi della ricostruzione europea da Covid-19).

Il messaggio è stato ancora più chiaro e politico nell’appello rivolto all’Ue ad agire unita davanti alla crisi: esattamente quanto Roma sul Mes va ripetendo a Bruxelles da febbraio 2020. Forse una fortunata coincidenza politica. O forse il suggerimento di un donatore diventato per l’occasione beneficiario.

Da beneficiario a donatore. La mossa di Edi Rama secondo Pellicciari

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