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Sarà l’assenza di un’autorità delegata, che segua il dossier giorno e notte. Sarà la pandemia, che ha quasi congelato cinque mesi di cantiere. Il verdetto è lo stesso: l’Italia è in ritardo sulla rete 5G. In ritardo è la realizzazione della banda ultralarga, come dimostra il rapporto pubblicato in primavera da Incites, che colloca il Paese al ventesimo posto in Europa. Ma anche nella costruzione del cordone di sicurezza per schermare la rete da equipaggiamento e fornitori pericolosi.

Il 5G è un tema politico, prima ancora che tecnico. Sulla rete di ultima generazione si regge buona parte della Guerra Fredda tecnologica fra Stati Uniti e Cina. Sulla partecipazione di aziende filogovernative cinesi come Huawei e Zte ai bandi di gara, i rapporti diplomatici fra Roma e Washington Dc.

Su questo fronte, checché se ne dica, il governo Conte bis, sia pure dopo non poche esitazioni, ha lanciato più di un segnale chiaro. Complice la moral suasion di una parte del Pd, in Cdm, su tutti, i ministri degli Affari europei e della Difesa Enzo Amendola e Lorenzo Guerini, la coalizione rossogialla ha mosso un passo per venire incontro alle richieste sempre più pressanti dell’alleato d’oltreoceano.

Tra i segnali più evidenti, la recente scelta di esercitare i poteri del golden power sulla fornitura di tecnologia di Huawei a Tim e Wind-Tre. Ma anche la diffusione fra gli operatori di un documento riservato contenente nuove, stringenti linee guida per regolare i rapporti con i fornitori extra-Ue, dalla consegna del codice sorgente al monitoraggio settimanale con i tecnici di Palazzo Chigi. Lì, proprio in queste settimane, il Comitato per il golden power è impegnato in un incessante lavoro di ricamo per rendere ancora più specifiche le previsioni per gli operatori.

Insomma, sul piano politico il governo ha battuto un colpo. Né peraltro è semplice imporre agli operatori telco un’inversione a U. Non si scopre oggi che la presenza di fornitori cinesi nella rete italiana è consolidata, da anni. Una buona parte della rete 4G installata porta la firma di Huawei, l’azienda tech di Shenzen al centro del ciclone negli Stati Uniti. La fase sperimentale è già partita in diverse città, dal Nord al Sud del Paese. Smantellare da un giorno all’altro la rete comporta costi non banali per gli operatori. Si può fare, ma richiede una scelta strategica, e un confronto con gli azionisti di riferimento.

Tanto la politica, quanto i tecnici della presidenza del Consiglio (e del Dis, che ha un ruolo di primo piano nella sicurezza cyber della rete), rassicurano che, qualora dovessero partire i bandi per il 5G, i fornitori extra-Ue (leggasi: cinesi) sarebbero sottoposti a un rigorosissimo scrutinio.

Se una falla c’è, si trova altrove. In una parte del perimetro cyber, cioè in quel sistema di controlli di sicurezza attraverso cui tutti i fornitori, nessuno escluso, devono passare prima di mettere a disposizione il loro equipaggiamento. I linfonodi del sistema si chiamano Cvcn (Centro di valutazione e certificazione nazionale). Sono i centri che dovranno riunire informatici, tecnici, ingegneri e occuparsi in prima persona dei controlli di sicurezza di software e hardware. O meglio, dovevano. Perché, per il momento, sono rimasti sulla carta.

Solo questo lunedì è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il bando per la selezione di 70 esperti da reclutare per i Cvcn. Questo vuol dire che, ad essere ottimisti, tenuto conto dei regolamenti attuativi ancora mancanti, di una piena operatività non si potrà parlare prima di fine 2020, se non inizio 2021. Tempi lunghi, forse troppo per il mercato. Il rischio è che il cordone venga issato a giochi fatti. Senza questo piccolo, fondamentale tassello, il puzzle della sicurezza rimarrà incompleto. E qualcuno potrebbe approfittarne.

Il 5G italiano ai cinesi, è vero allarme per la sicurezza nazionale? Forse. Ecco perché

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