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Piove sul bagnato in casa Cinque Stelle. Tra scissioni ventilate e in corso d’opera, la spy-story del maxi-finanziamento del Venezuela di Hugo Chávez al neo-nato Movimento nel 2010 tirata fuori da Abc si è abbattuta come una mannaia sulla politica italiana. Certo, che quella storia sia vera è tutto da provare. Aldo Giannuli, saggista e politologo, esperto di intelligence e anche dei Cinque Stelle, con cui per anni ha vantato una reciproca simpatia, confida a Formiche.net i suoi dubbi. Gianroberto Casaleggio era “un gran moralista, non un corrotto”. Anche se, in questo momento, dice, l’affaire venezuelano dovrebbe essere l’ultimo dei pensieri dei pentastellati

Giannuli, quindi questo passaggio di soldi è inventato?

Non mi convince. Per la verità, se ci fosse stato non avrebbe costituito reato. All’epoca il Movimento non era un partito presente in Parlamento, non aveva uno statuto, né obbligo di rendicontazione. Ad ogni modo, il fatto che a dieci anni di distanza spunti questa storia, quando il presunto percettore è defunto, solleva molti dubbi. Conoscevo Gianroberto. Era un moralista, un gran rompiscatole, non un corrotto.

E il Movimento?

All’epoca i Cinque Stelle avevano fatto solo una cosa. Si erano presentati alle regionali in Piemonte e in Emilia riscuotendo un discreto successo, 4-5%. Nessuno poteva prevedere che di lì a tre anni avrebbero preso il 25% alle politiche. I sondaggisti più generosi, nel 2013, li davano al 18%. Che interesse poteva avere Chavez a tirare fuori quattrini per quella nebulosa?

Adesso ci dica la sua versione.

Due opzioni, entrambe da manuale. La prima: un avvertimento degli Stati Uniti sul Venezuela. Non dimentichiamo che l’Italia è uno dei pochi Paesi europei che non riconosce Juan Guaidò. La seconda: qualcuno vuole far cadere Conte, mandando in frantumi il partito di maggioranza relativa. Premier avvisato.

Restiamo sulla valigetta, e sul documento. Cosa non torna?

Queste cose si fanno con una società fittizia, magari che vende libri, e fa il versamento in tempo reale. Non con una valigetta piena di cash in un consolato. Valletta usava una valigetta simile quando andava a trovare Saragat. Conversava amabilmente di politica, cultura, ideologia, e la lasciava nella sua anticamera. Ma questo succedeva sessantacinque anni fa.

Quindi propende per la spallata politica?

Sicuramente è un assist a Di Battista. Qualcuno vuole una crisi di governo anticipata, proprio come lui. Ovviamente chi fa il tifo non mette in conto una serie di ostacoli. Come il referendum per il taglio dei parlamentari, che, se approvato, imporrebbe la revisione della legge elettorale e dunque dei collegi.

Giannuli, bisogna ammettere che il Movimento Cinque Stelle di guai ne ha già abbastanza.

I Cinque Stelle hanno fatto tutto quello che era in loro potere per facilitare lo scioglimento del partito.

Il ritorno di Di Battista ha sparigliato le carte?

Il problema non è il suo ritorno sulla scena. Il problema è che hai avuto il 33% del Paese in mano e hai fallito la prova. Due anni fa, nel marzo del 2018, potevano non allearsi e lasciare fare gli altri. Ma era troppa la smania di sedersi sulle poltrone di Palazzo Chigi.

Parliamo di un altro Casaleggio, Davide. In questi giorni si è fatto sentire, più del solito. Perché?

Da un lato si sente schiacciato da Conte, dall’altro si rende conto che partecipare a un’operazione per far cadere il governo potrebbe non giocare a suo favore. Ha voluto far sapere che anche lui ha qualcosa da dire. Conosco bene Davide, non parla a caso. Se è uscito allo scoperto è perché ha l’esigenza di farlo. Fa sapere che la Casaleggio Associati conta ancora nel Movimento Cinque Stelle.

Fa sponda a Di Battista?

Ma no, anzi, non ha speso una parola in sua difesa. Sa che non può andare in rotta di collisione con Grillo. Casaleggio cerca la ribalta, Grillo invece di salvare i cocci. So che è nauseato dal Movimento da almeno un anno. Ma si rende conto che il rischio qui è che crolli tutto. Vuole salvare il governo, per salvare la legislatura.

Insomma, Di Battista è papabile come prossimo leader?

Un tempo aveva un grande ascendente, oggi un po’ meno. Capisco non ricandidarsi, ma questo mordi e fuggi continuo nei mesi scorsi gli ha alienato molte simpatie nel Movimento. La prospettiva politica che indica, peraltro, è inconsistente. Il partito anti-sistema di destra lo ha già fatto Salvini, non c’è tutto questo spazio.

Quindi niente scissione?

La lezione che ci lascia in eredità la Seconda repubblica, inoltre, è che le scissioni non funzionano bene. Ricordiamo come è andata con Fini. Non so se Dibba andrà fino in fondo, né quanti parlamentari lo seguiranno. Pochi, credo. Lezzi, Grillo, qualcuno dei fuoriusciti come Paragone e Giarrusso. Alla fine radunerà al massimo otto-nove senatori per mettere in minoranza il governo, l’elettorato grillino non lo seguirà. Oggi i sondaggi danno il 14% ai Cinque Stelle, sono ottimisti. Alle regionali di settembre non andranno oltre una cifra.

Se così fosse, ci sarebbe una via di uscita?

Un’ipotesi è una coalizione Pd-M5S con Conte candidato premier super-parte. Mi sembra poco plausibile, le due basi si odiano. Un’altra è una scissione del Movimento da cui escono fuori due o tre partiti. Uno forse riesce a rinnovarsi e risalire la china. La cosa più probabile è che scoppi in mille coriandoli. C’è già una data plausibile: gli Stati generali. Non appena discuteranno della regola dei due mandati i nodi verranno al pettine.

Chávez, Casaleggio e la scissione di Dibba. Parla Aldo Giannuli

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