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La crisi libica è arrivata a un punto di svolta. La sconfitta militare subita da Khalifa Haftar — il miliziano dell’Est che quattordici mesi fa prometteva di prendere Tripoli in due giorni e invece è rimasto impelagato in una campagna fallimentare per oltre un anno — non è ancora definitiva, ma tanto basta per aver cambiato i parametri nel dossier.

Si combatte ancora a Sirte, dove le unità del Gna, il governo onusiano di Tripoli, cercano di strappare dal controllo degli haftariani Lna la città che nel 2016 liberarono dall’occupazione baghdadista. La battaglia è simbolica, ma la seconda liberazione di Sirte sarà un pezzo in più per i tripolini ai tavoli negoziali già in corso.

Sul piano diplomatico infatti la situazione scorre anche più veloce che sul campo, e nell’appuntare certi movimenti non si può che sottolineare come entrambi i fronti guardino a Washington. Gli Usa non sono mai stati (per lo meno non negli ultimi cinque anni) un attore interno al dossier. Hanno seguito dall’esterno, cercando qualcuno con cui veicolare da remoto i propri interessi (sostanzialmente: stabilità, lotta al terrorismo, prosperità regionale).

L’amministrazione Trump ha in parte trovato nella Turchia ciò che cercava. Dal novembre scorso Ankara è ufficialmente entrata in guerra, attraverso un memorandum di cooperazione con Tripoli — intesa che per i turchi è un ottimo vettore di influenza nel Mediterraneo. Le unità turche hanno cambiato il corso dell’assalto di Haftar, fino a respingerlo in Cirenaica, sottolineando di fatto la faglia intra-libica che separa le due entità regionali a Est e a Ovest.

L’operazione però è riuscita anche grazie al contemporaneo ritiro dei russi, partner ambigui dietro Haftar che hanno maggiore interesse nel mantenere una presenza in Cirenaica che nel sostenere a oltranza un wannbe-rais che il Cremlino ha sempre considerato una sorta di utile idiota, grazie al quale proiettare su quel nodo cruciale nel Mediterraneo parte dei propri interessi. È proprio questa sovrapposizione russo-turca l’aspetto su cui Washington non sa quanto contare fino in fondo.

Per gli Usa, la presenza russa in Libia è una questione che fa drizzare le antenne: la Turchia potrebbe servire da elemento di contenimento, ma le relazioni tra Recep Tayyp Erdogan e Vladimir Putin sono molto profonde – anche mercoledì i due leader si sono sentiti per affrontare insieme le questioni regionali in cui sono coinvolti: ossia Libia e Siria, ma anche l’aspetto geopolitico più allargato tra Mediterraneo e Medio Oriente. La domanda tra i corridoi di Washington, dove ancora la Russia viene considerata per dottrina strategica una “rival power”, è logica: c’è da fidarsi di Ankara?

Erdogan aveva dato un peso molto forte a una recente conversazione con Donald Trump, promettendo un futuro alla Libia deciso congiuntamente con gli Usa. Molta propaganda, è chiaro; ma parte di verità, come detto. Lo stesso ha fatto Abdel Fattah al Sisi: mercoledì il presidente/generale egiziano ha fatto sapere di aver parlato con l’omologo americano, il quale gli fa confermato di avallare il piano di pace lanciato dal Cairo. E nell’ottica della stabilizzazione è certamente così.

Il problema è che quel piano l’Egitto lo considera in competizione con la Turchia (infatti prevede lo stop ai combattimenti prima della caduta di Sirte, per dirne una) e lo condivide con la Russia. Anche in questo caso, il punto per Washington è nella fiducia. Il Cairo e Mosca vogliono mantenere il controllo che hanno in Cirenaica, ma mentre per gli Usa il ruolo egiziano è accettabile, la condivisione con i russi no.

Poi ci sono gli Emirati Arabi: emissari e lobbisti del regno del Golfo stanno lavorando da sempre per spostare gli Usa dalla loro parte, ossia quella massimalista dietro Haftar. Cercano di deviare il ragionamento sul piano della sicurezza, denunciano la Turchia come pericoloso motore della Fratellanza e provano a coinvolgere gli Usa nello scontro tra tutori dello status quo (loro) e innovatori (è la lotta intra-sunnismo che caratterizza il presente e si protrarrà nel futuro).

Laterale l’Unione europea, che ha parlato per bocca tedesca (la Germania ha ospitato l’ultima conferenza internazionale sulla Libia a inizio anno, rivelatasi inutile perché ancora includente Haftar come interlocutore negoziale). L’Ue ha chiesto a tutti di tornare all’interno del sistema Onu — e le Nazioni Unite hanno già ripreso separatamente il dialogo con le due fazioni.

Come fa notare discretamente a Formiche.net una fonte dall’ambiente diplomatico di un paese nordafricano, “l’Italia è tutt’ora il paese messo meglio, unico europeo con un’ambasciata a Tripoli”. È un ruolo che, se il decisore politico decidesse di implementarlo, potrebbe permettere a Roma di essere il fulcro dei tavoli diplomatici, visto i buoni rapporti con Turchia ed Egitto. E visto che la diplomazia statunitense, molto attiva sulla Libia, lavora da Tunisi (e l’ambasciata italiana serve a volte da scalo tecnico).

L’arbitro in Libia fra Turchia ed Egitto? Gli Usa (Italia cercasi)

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